La questione  si trascina ormai da anni: indennizzi pagati a singhiozzo e senza la rivalutazione prevista per legge, arretrati mai visti e poche spiegazioni

di MARIASSUNTA VENEZIANO

Ancora, come sempre, sul piede di guerra. Il Comitato delle vittime del sangue infetto della Calabria torna all’attacco “dopo due anni di continue richieste alla Regione”, come sottolineano Monica Trapella e Adriana Broccolo, rispettivamente presidente e delegato calabrese dell’associazione. La questione è la stessa che si trascina – invariata nei disagi che crea alle mille e più vittime delle emotrasfusioni “al veleno” – ormai da diversi anni a questa parte. Cambiano i volti a Palazzo ma non quelli di chi a ogni bimestre si ritrova a sperare di non veder calpestato un proprio diritto. Un diritto di circa seicento euro al mese che migliaia di persone in tutta Italia dovrebbero ricevere – con scadenza ogni due mesi – come indennizzo per essersi ritrovati malati cronici dopo una trasfusione negli ospedali del Sistema sanitario nazionale. Parliamo di malattie come l’epatite o l’Aids, che costringono a cure costose che si protraggono per tutta la vita e spesso non consentono a chi ne è affetto neanche di lavorare. Uno scandalo venuto fuori negli anni Novanta a cui lo Stato ha cercato di porre rimedio con la legge 210 del 1992. Ma fatta la legge, trovato l’inganno, si dice. E l’inganno in questo caso è che quei soldi, almeno in Calabria, quando arrivano non arrivano in maniera regolare. Quando arrivano, appunto…

Diritti negati. Perché è da tempo che gli emodanneggiati calabresi lamentano quelle liquidazioni che avvengono a singhiozzo e poi spariscono per periodi più o meno lunghi senza che nessuno riesca a dare una spiegazione se non quella che “non ci sono soldi”. Eppure loro un prezzo – salatissimo – allo Stato lo hanno già pagato, “perché dobbiamo pagare sempre noi?”, si chiedono giustamente. Così si sono riuniti in un comitato presente a livello nazionale che qui in Calabria non è mai rimasto fermo ad aspettare il miracolo: ha chiesto spiegazioni e urlato il proprio disagio, con lettere alla Regione, manifestazioni in strada e appelli sui giornali. E oggi è costretto a farlo di nuovo e a segnalare “il perdurare di omissione di riscontri da parte della Regione Calabria a tutte le richieste inviate sia al presidente che al dipartimento regionale interessato, per la definizione delle problematiche relative al pagamento puntuale dei ratei della legge 210/92, degli arretrati dovuti per la rivalutazione degli stessi ratei, nonché per il pagamento delle una tantum agli eredi dovuti per legge ai danneggiati dallo Stato per l’utilizzo di sangue ed emoderivati infetti; l’assoluta mancanza di trasparenza degli atti amministrativi che riguardano i pagamenti sia dei ratei predetti che l’utilizzo dei fondi trasferiti dallo Stato alla Regione Calabria per i pagamenti degli arretrati in rivalutazione; l’assenza di trasparenza e di competenza nell’esercizio delle funzioni di front-office degli uffici regionali ai quali risulta affidato il servizio per la gestione dei fondi della legge 210/92; il mancato inserimento nei ruoli fissi della Regione del pagamento dei ratei in quanto spese obbligatorie, così come stabilito dalle norme di riferimento, e che tale mancanza continua a creare un differente trattamento tra i soggetti pagati direttamente dallo Stato e quelli pagati dalla Regione Calabria pur essendo tali soggetti titolari di uno stesso diritto; la scellerata scelta della Regione Calabria di non recepire, come fatto dagli organismi statali e dalla maggior parte delle Regioni, le disposizioni per il pagamento della rivalutazione dei ratei intervenute a seguito della sentenza n. 293/2011 della Corte Costituzionale e che tale scelta ha costretto i soggetti danneggiati calabresi ad intraprendere lunghi e costosi contenziosi. Tale atteggiamento è stato mantenuto dalla Regione anche a seguito della sentenza della Corte dei diritti dell’uomo che si è pronunciata definitivamente sulla questione il 3 settembre 2013”. Perché nel calderone dei diritti negati c’è anche questo: la rivalutazione degli indennizzi in base al tasso d’inflazione che qui non è mai diventata “operativa”.

In barba a Strasburgo. Quella sentenza del 2013 a cui il comitato si richiama ha condannato l’Italia per violazione dei diritti del malato e imposto allo Stato di stabilire un termine entro il quale sanare le posizioni degli aventi diritto pagando l’adeguamento degli indennizzi a partire dal momento in cui è stata riconosciuta la loro condizione di emodanneggiati. All’indomani della pronuncia, il ministro Beatrice Lorenzin aveva stimato in circa cento milioni di euro la somma necessaria per garantire il pagamento degli arretrati, ma quella somma è servita solo a sanare le posizioni dei malati “ministeriali”, ossia degli infettati le cui pratiche risalgono a prima del 2001, quando gli indennizzi erano di competenza del Ministero della Salute. La patata bollente passò poi in mano alle Regioni per “snellire” – nelle intenzioni dichiarate – le procedure di liquidazione. Invece ha snellito solo le tasche delle vittime e costretto le Regioni a pagare un danno fatto dallo Stato senza che queste avessero in molti casi i soldi necessari a provvedere. Oltre ad aver creato malati di serie A e malati di serie B.