Le luci dell’aula bunker di Lamezia Terme si sono accese questa mattina sulla prima udienza del processo "Artemis", segnando l’inizio della fase dibattimentale per gli imputati che hanno scelto il rito ordinario. Davanti al collegio giudicante, presieduto dai magistrati Silvestri, Angelini e Candela, è stato ufficialmente aperto il dibattimento, con l'ammissione delle prove che costituiranno l’ossatura del confronto processuale nei prossimi mesi.

Il cuore dell'udienza è stato rappresentato dall'audizione del primo teste dell’accusa, il Maggiore Merola. La sua testimonianza ha dato ufficialmente il via alla ricostruzione in aula delle attività investigative, fornendo i primi elementi tecnici e conoscitivi sulla complessa rete di relazioni e affari illeciti su cui la Procura ha fatto luce.

L’intera inchiesta ha avuto una genesi quasi casuale, partendo nel novembre 2021 dall’arresto in flagranza di un pusher di piccolo cabotaggio a Lamezia Terme. Quello che sembrava un episodio isolato è stato invece il filo di Arianna che ha permesso agli inquirenti di scoperchiare un vaso di Pandora ben più inquietante: un sistema criminale ramificato e pervasivo, capace di operare a cavallo tra le province di Catanzaro e Vibo Valentia.

Il quadro accusatorio delineato dagli inquirenti è vastissimo. Gli imputati devono rispondere a vario titolo di reati che vanno dall’associazione mafiosa allo spaccio di stupefacenti, includendo anche episodi di estorsione, corruzione, incendi dolosi e ricettazione. Le attività illecite documentate avrebbero soffocato per anni i territori di Lamezia Terme, Maida, Jacurso e Cortale, alterando il tessuto economico e sociale delle aree interne.

Con l'ammissione delle richieste di prova e l'avvio dell'esame dei testi, il processo entra ora nel vivo per accertare le responsabilità individuali all'interno di quello che viene considerato uno dei network criminali più attivi della zona.

Mentre nell'aula bunker di Lamezia Terme è iniziato oggi il rito ordinario, sul fronte del rito abbreviato la Procura ha già calato la scure: il pm Romano Gallo ha infatti richiesto condanne per un totale di oltre 315 anni di carcere nei confronti di 35 imputati.

Al vertice dell’organizzazione, secondo la DDA, siederebbe Domenico Cracolici, indicato come capo e promotore, coadiuvato dai figli Giuseppe e Matteo. Per il presunto boss e per Fabio Vescio, l’accusa ha chiesto la pena massima prevista per questo rito: 20 anni di reclusione ciascuno.

Di seguito tutte le richieste di condanna avanzate dal pubblico ministero:

  • 20 anni: Domenico Cracolici, Fabio Vescio.
  • 18 anni: Vincenzo Pulice.
  • 16 anni e oltre: Francesco Cimino (16 anni e 6 mesi), Simone Caruso (16 anni).
  • Oltre 14 anni: Salvatore Iannelli (15 anni), Bruno Cappellano (14 anni e 3 mesi), Antonino Saffioti (14 anni).
  • Tra 10 e 13 anni: Moreno Mastantuono (13 anni), Antonio Cimino (12 anni e 4 mesi), Giuseppe Schipani (12 anni e 2 mesi), Daniel Costa (10 anni), Luigi Cutrì (10 anni), Alessandro Ruga (10 anni).
  • Tra 5 e 9 anni: Matteo Cracolici (9 anni e 4 mesi), Antonio Guadagnuolo (8 anni), Giovambattista De Sarro (8 anni e 6 mesi), Giuseppe Cracolici cl. ’96 (8 anni), Salvatore Cimino (7 anni e 6 mesi), Francesco Paolillo (7 anni e 4 mesi), Giuseppe Saffioti (7 anni e 4 mesi), Massimo Stella (7 anni e 4 mesi), Giuseppe Cracolici cl. ’02 (7 anni e 20 giorni), Loredana Cracolici (7 anni), Pasquale Cappello (6 anni e 8 mesi), Francesco Catalano (6 anni e 6 mesi), Bruno Bertucci (6 anni), Antonio Pagliuso (5 anni e 4 mesi).
  • Le pene minori: Domenico Gian Luigi Bonali (4 anni e 8 mesi), Simone Bonali (2 anni), Antonio Giampà (2 anni e 2 mesi), Renato Mazza (2 anni), Alessandro Guerrieri (1 anno e 4 mesi), Bruno Regio (1 anno e 4 mesi), Carlo Schipani (1 anno e 4 mesi).