Il suo messaggio ancora attuale diretto soprattutto ai giovani: “Moderate il sangue delle vostre malsane passioni”. Seconda puntata della rubrica dedicata agli uomini e alle donne che hanno lasciato un segno

di VINCENZO VARONE

Oggi ci occupiamo di un personaggio poco conosciuto della prima meta dell’Ottocento la cui vita è stata segnata dalla violenza, dalla latitanza nelle campagne circostanti il comprensorio dell’allora Monteleone dove brulicavano in quegli anni briganti e mascalzoni di ogni risma, dal carcere, ma anche dall’arte dello scrivere.

Storia di sangue, morte e pentimento. Il suo nome è Pasquale Papaleo. La sua storia di sangue, di morte e di pentimento è ambientata nella Paravati povera e desolata della prima metà dell’Ottocento dove le liti spesso si risolvevano con il coltello. Una di queste scoppiata all’improvviso, in pieno periodo natalizio, ha rovinato la vita di tante famiglie e del giovane Pasquale portandolo in carcere dove ha scritto le sue memorie. Uno scritto dal quale emerge forte, alla luce della sua devastante esperienza, la condanna senza mezzi termini di qualsiasi forma di violenza, con l’invito ai giovani ad intraprendere la strada delle legalità e della giustizia. Un messaggio chiaro e diretto ed ancora attuale, quello di Papaleo, racchiuso nel manoscritto “Specchio per l’incauta gioventù”, che merita di essere approfondito e studiato e di cui nei primi anni duemila don Pasquale Barone e padre Michele Cordiano, insieme a chi scrive, hanno curato la ristampa per il messaggio forte e chiaro di ravvedimento del protagonista della tragica vicenda che causò tanti lutti e dolori nella comunità di Paravati. Il manoscritto, di cui si era proceduto alla stampa di alcune copi, era stato rinvenuto giusto diversi anni prima nella Biblioteca Reale di Napoli, dopo alcune ricerche, nate anche in seguito ad una trasmissione radiofonica della sede Rai calabrese, curata dallo storico cosentino Gustavo Valente. Dopo anni di ricerche, grazie ad una telefonata effettuata subito dopo la trasmissione, fu proprio questo storico appassionato, puntuale e colto, morto quasi centenario alcuni anni fa, ad indicarci il luogo dove avremmo potuto rivenire il testo. L’imbeccata risultò quella giusta.

La biografia. Pasquale Papaleo era venuto al mondo la notte del 13 marzo 1803 in una povera casa della piccola frazione di Mileto, composta quasi esclusivamente da contadini e da qualche notabile che dettava i tempi e le regole al popolo bisognoso. I genitori Saverio e Domenica Jannello lo accolsero con gioia e gli imposero i nomi di Pasquale, Fortunato e Giuseppe. Nel 1806 il genitore del piccolo Papaleo morì improvvisamente e la madre che aveva altre due figlie femmine da mantenere decise di affidarlo ad un cognato senza figli, che economicamente se la passava meglio. Il parente, che portava il suo stesso nome, lo accolse con grande affetto. Un prete del luogo don Nicola Rottura si occupò della sua istruzione facendogli imparare i principi della lingua italiana. Ma all’età di 16 anni il ragazzo fu costretto ad abbandonare gli studi in quanto lo zio decise di avviarlo al mestiere di bovaro. Qualche anno dopo Pasquale Papaleo conobbe Rosa Angillieri, tipica bellezza locale, se ne innamorò e dopo un intenso corteggiamento la sposò. Da lei ebbe anche una figlia. “La fresca e vigorosa età dei miei 18 anni e il possedere la donna della mia vita - scriverà più tardi nella sue memorie il giovane bovaro – erano un giusto mezzo per poter vivere comodamente. Una bambina che mia moglie diede alla vita servì per maggiormente farmi nuotare nell’ebbrezza”.

La faida. Ma la sera dell’antivigilia di Natale di qualche anno dopo accadde un episodio che porterà il Papaleo sulla strada della violenza e del crimine senza ritorno. Una furibonda lite tra due famiglie, scoppiata davanti alla chiesa del paese, nel corso della quale il giovane bovaro fu chiamato a prendere le difese di un suo cognato, causò il ferimento di Tobia Solano, proprio per mano del Papaleo. A partire da quale momento tra i due gruppi familiari non ci fu più pace. Un’ondata di violenza senza precedenti e senza freni sconvolse il paese creando odi, rancori, maldicenze e lutti a non finire. Nello scontro tribale, in cinque, Tobia e Francesco Solano, Vincenzo Catalano, Giuseppe Rottura e Vincenzo Angillieri, ci rimisero la vita. Pasquale Papaleo riuscì a sopravvivere e dietro le insistenze dei familiari, dopo anni di latitanza nelle foreste circostanti, dove conobbe ogni sorta di privazione, si consegnò nella mani della giustizia. Il 28 settembre del 1829 venne richiuso nel carceri di Monteleone (attuale Vibo Valentia). Qualche anno dopo venne condannato all’ergastolo per i crimini commessi. Il 25 agosto del 1833 il bovaro- scrittore venne trasferito nell’isola di Santo Stefano, dove trascorse da ergastolano gli ultimi anni della sua vita.

Il messaggio. Ai giovani, in data 12 novembre 1840, ha lasciato scritto, un messaggio ancora oggi attuale. “ O voi giovani incauti, di cui la superba cervice è pronta per scuotere il santo gioco della legge, e volgerla contro la gran famiglia della società, mirate le nere griglie delle prigioni, ed ivi apprendete a moderare il fuoco delle vostre malsane passioni. E voi, padri di famiglia, conduceteli a visitare i prigionieri, ed ammaestrateli con la loro sventura. E’ più possente l’esempio che la parola, val più la vista di un delinquente che soffre, che tutti i precetti di una raffinata filosofia”. Un messaggio ancora oggi attuale per chi è tentato scegliere la strada del crimine e della violenza insensata.