Castello di Bivona, scavi ripartiti nella città sepolta
Partiti gli scavi all'interno della struttura nella quale era attivo fino al 1700 un impianto per la lavorazione della canna da zucchero.
di TONINO FORTUNA
Le rovine del castello di Bivona non restituiscono alla posterità soltanto i ruderi di un'epoca sepolta, ma permettono di ricostruire frammenti di storia, di analizzare eventi ed esaminare il corso di economie produttive “fiorite” intorno a un'area storicamente strategica. E così, in un contesto naturalistico olezzante di profumi che alterna agli sterpi campi coltivati, gli archeologi provano oggi a riportare alla luce una guarnigione di fondamentale importanza, quantomeno dall'epoca basso-medievale. Perchè se anche gli scavi, coordinati dall'archeologa vibonese Mariangela Preta e diretti dal soprintendente facente funzioni Fabrizio Sudano, sono partiti da appena una settimana, il valore strategico del sito è parso subito evidente agli addetti ai lavori. Mettendo insieme i pezzi del “puzzle”, gli archeologi hanno allora incanalato nel giusto solco vicende indissolubilmente legati al castello di Bivona. Una roccaforte racchiusa in una significativa cornice storico-mitologica, a cavallo tra il tempio di Persefone e una villa romana ma, soprattutto, una guarnigione straordinaria per un porto commerciale. Tutt'altro che definita l'epoca in cui il castello venne edificato: secondo alcune fonti già nel 1109, a poca distanza dalla linea costiera, lungo il margine di una vasta proprietà agricola lambita dalla intensa urbanizzazione dell’area industriale di Porto Salvo. Tuttavia, le opinioni sotto questo profilo sono svariate. Di sicuro nel 1496, il “Monasterium Castellarium” figurava tra le fortezze da ristrutturare e ampliare. Scommessa colta dai Pignatelli che dalla metà del '500 pensarono di impiantarvi uno stabilimento per la lavorazione della canna da zucchero. La scelta avrebbe costituito la svolta per la fortezza che "dal quel momento – ha spiegato l'archeologa Mariangela Preta – recitò un ruolo-chiave rivestendo un importante valore monetario e di scambio". Non a caso, l'impianto riscuoteva l'attenzione di città non proprio confinanti. Centri quali Rosarno e Nicotera se ne sarebbero serviti a lungo in questo senso.
Come talora accade, dall'acmé al declino il passo fu breve. Nel '700 l'insabbiatura dello scalo provocò in pochi lustri al'abbandono della struttura. Una calamità alla quale si aggiunse l'esondazione di due torrenti, il Sant'Anna (già allora tristemente noto) e il Trainiti che avrebbero reso paludoso il terreno. Dati emersi nel corso della passeggiata archeologica, alla presenza della autorità istituzionali - nello specifico l'assessore Loredana De Marco e il consigliere dei ”Liberali per Vibo” Lorenzo Lombardo - che ha consentito di analizzare dall'interno alcuni significativi dettagli. "I piani pavimentali odierni – ha evidenziato ancora Mariangela Preta – risultano decisamente rialzati". Sembrerebbe, peraltro, ormai acclarato "che si impastava la calce" come desumibile dalla presenza di una "vasca di spegnimento". L'attività della struttura a 360 gradi per un certo periodo è testimoniata pure da "piccoli ambienti che forse servivano - si è puntualizzato ulteriormente - allo stoccaggio". Dalle scale addossate alle pareti alle numerose decorazioni - compaiono graffiti di galee risalenti al 1600 – il castello di Bivona svela, centimetro dopo centimetro, importanti retroscena della sua storia e della sua finalità. In primis, quella di rappresentare "una fortezza destinata alla guardia del porto". E presto, conclusi i lavori inseriti nel progetto di 3 milioni di fondi Pon che comprendono anche quelli di località Cofino, diverrà meta di iniziative affatto trascurabili. Il Fai – sul sito sono intervenuti il presidente Teresa Saeli e Maurizio Bonanno – ha chiesto ufficialmente alla soprintendenza di "caratterizzare le prossime giornate di primavera proprio in questo sito". Richiesta sposata dal direttore scientifico Fabrizio Sudano ( della soprintendenza archeologica) che ha rammentato come il castello di Bivona "diverrà una delle tre zone del parco archeologico urbano, a disposizione dei cittadini". Anche se "il contesto industriale – ha chiosato amaro – non aiuta certo la fantasia a rivivere la storia del medioevo".
