La lettera che pubblichiamo è di un vibonese, originario di Sant'Onofrio, Gregorio Moscato, che dal 2014 vive a Codogno assieme alla moglie Laura Petrolo. Il 7 gennaio hanno avuto un bambino. Quella di Moscato è la testimonianza di una famiglia costretta a fare i conti con il coronavirus, praticamente reclusa in casa tra la speranza nel ritorno alla normalità e l'ansia per il nuovo arrivato. Lo spaccato di una situazione di emergenza che incide anche sulle relazione con affetti più cari.

Sono un insegnante dell' Istituto d'Istruzione Superiore di Codogno (Lodi) e vivo in questa bellissima cittadina dal 2014 insieme a mia moglie, Laura Petrolo, anche lei insegnante presso l'Istituto Agrario della stessa città. Il 07 gennaio scorso la famiglia si è allargata con la nascita del piccolo Francesco. Qui a Codogno abitano anche i miei suoceri, lei maestra elementare e lui collaboratore scolastico presso l'Istituto Agrario "A. Tosi", duramente colpito dal virus.

Tutto è cominciato venerdì 21 febbraio quando al mattino ci siamo svegliati apprendendo la notizia di un soggetto risultato positivo al virus proprio qui a Codogno. Pensavamo alle solite fake-news ma poi abbiamo compreso che tutto era maledettamente vero. Ci siamo recati a scuola dove vi era un'atmosfera surreale: le notizie rimbalzavano, gente in mascherina all'esterno, mamme che si precipitavano a ritirare i figli poiché si era appreso di altri contagi all'interno nientepopodimeno che dell'ospedale. I miei genitori che abitano a Sant'Onofrio sarebbero dovuti arrivare a Codogno il giorno seguente, ma per ovvi motivi non hanno potuto abbracciare il loro nipotino.

Lo stesso venerdì, alla fine delle lezioni avevamo deciso di salire in macchina e scendere dai miei genitori a Sant'Onofrio (in provincia di Vibo Valentia), naturalmente con l'intenzione di rimanere nel nostro appartamento in quarantena volontaria, avvisando della nostra presenza le autorità competenti. Non era ancora stato diramato il decreto di chiusura della cosiddetta zona rossa, intervenuto poi il lunedì successivo. Poi invece abbiamo cambiato idea al fine di non compromettere la serenità e la salute dei nostri parenti e dei nostri corregionali.

In questo periodo le nostre giornate trascorrono in casa, usciamo raramente soltanto per brevi passeggiate in campagna, per fare la spesa e per le necessità quotidiane quali l'acquisto di medicinali. Venerdì 28 febbraio la prefettura di Lodi ci ha anche concesso prontamente un permesso straordinario per poter recarci al di fuori della cosiddetta zona rossa al fine di effettuare una visita di controllo già programmata al nostro bambino.

Il sentimento di questi giorni si è alternato tra preoccupazione razionale e un po' di ansia, soprattutto per ciò che sarebbe potuto accadere a nostro figlio. Inoltre, spesso apprendiamo che alcuni colleghi, amici e nostri studenti sono incappati nell'infezione: per fortuna la maggior parte di loro stanno bene o addirittura sono asintomatici, altri sono in terapia intensiva attaccati ad un respiratore ma pare che dovrebbero farcela.

Speriamo che le misure di primo contenimento, a mio avviso stringenti ma assolutamente necessarie, della popolazione residente nei territori dove si è sviluppato il focolaio, diano presto i risultati sperati, altrimenti si rischia che il sistema sanitario venga duramente messo alla prova anche in virtù dell'assorbimento delle attività ordinarie.

In Cina le dure misure varate, oggi finalmente stanno dando i frutti auspicati. Speriamo che le autorità italiane non vengano condizionate dalle pretese del tessuto economico anche se in grave sofferenza, visto che qualche autorevole rappresentante delle istituzioni locali sta parlando di misure sproporzionate al contesto. Cerchiamo di essere seri e razionali, senza peggiorare le cose rinviando il problema. Qui c'è in gioco molto di più: la serenità e la salute dei nostri figli e dei cittadini più fragili e ognuno di noi deve avere il senso civico di fare la propria parte.Arrivederci a presto nella nostra amata Calabria.