'Ndrangheta, uccisa nel Vibonese perché non si è piegata al clan
Una vicenda di intimidazioni e pressioni sul territorio emerge in aula a Catanzaro, mentre il processo sulla scomparsa dell’imprenditrice Maria Chindamo, sparita il 6 maggio 2016 a Laureana di Borrello, entra nel vivo. I legami dei Mancuso di Limbadi con i terreni della donna vengono ricostruiti dal collaboratore di giustizia Andrea Mantella, che descrive un contesto di controllo e violenza ai danni dell’imprenditrice.
Mantella ha raccontato che Maria Chindamo riceveva messaggi intimidatori e subiva danni alle proprie coltivazioni: «Facevano entrare le pecore nei suoi terreni per provocare danni. Ma lei era una tosta, non cedeva», ha spiegato il pentito. Secondo il collaboratore, Diego Mancuso, detenuto con lui nel 2013 a Viterbo, impartiva ordini dall’interno del carcere usando un telefono cellulare, manifestando irritazione per il rifiuto di Chindamo di vendere i terreni, su cui il clan mirava a ottenere incentivi agricoli.
Sulle azioni intimidatorie materiali, Mantella ha indicato Salvatore Ascone, unico imputato nel processo per concorso in omicidio, come esecutore dei soprusi. Ha inoltre raccontato che i Mancuso pretendevano quote della raccolta delle olive, descrivendo un sistema di controllo «asfissiante» del territorio.
