Il giornalismo vibonese ha perso uno dei suoi più genuini interpreti. Michele Garrì è stato il prototipo del cronista, un vero segugio della notizia, un maestro inarrivabile nelle sue intuizioni, nel senso della notizia che sapeva cogliere con una illuminazione che lo poneva sempre in anticipo su ogni altro. Prodigo di consigli con i più giovani, che sosteneva ed incoraggiava con quel suo modo di fare apparentemente burbero, utile a coprire una certa timidezza caratteriale, sebbene l’umiltà fosse la sua caratteristica principale: generoso e sempre disponibile.

Storico corrispondente dell'Agenzia giornalistica Italia, aveva lavorato a lungo per il quotidiano Paese Sera caratterizzando questa sua attività con una serie di servizi che portarono alla ribalta realtà dell'entroterra calabrese fino a quel momento poco noti, intensa anche la collaborazione con L'Unità.
Lungo e vigoroso il suo sodalizio intellettuale nella Tropea degli anni ’60 che aveva nei suoi amici Raf Vallone, Giuseppe Berto, Pasquale D'Agostino, Mariano Meligrana alcuni dei principali punti di riferimento. Non abbandonò mai la cronaca ed in questo caratterizzò la sua attività con alcune intuizioni, come quella della mafia rurale del Poro dedita all'abigeato. Ritornò al tipico lavoro di redazione agli albori del nuovo millennio curando, con l’entusiasmo di un giovane redattore, la cronaca per le pagine vibonesi de Il Domani della Calabria.


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Insieme ad un altro suo grande amico, lo storico Saverio Di Bella si interessò di alcuni casi particolari, con inchieste che fecero scalpore, ed insieme per primi rilanciarono l'ipotesi della presenza del pittore Renoir a Capistrano riuscendo a farne un caso che interessò le principali testate giornalistiche non solo italiane. Mai pago delle sue ricerche e scoperte da vecchio cronista, nemmeno la malattia lo fermò continuando a lavorare fino agli ultimi giorni interessandosi delle vicende vibonesi che aveva tanto seguito nel corso della sua vita professionale, perché è stato anche un uomo politicamente impegnato, con lo sguardo sempre rivolto agli ultimi combattendo soprusi denunciando illegalità.

Con lui se ne va un amico, un maestro, un collega. Mancheranno l'arguzia delle sue analisi, la profondità delle sue riflessioni, la sagacia di alcuni suoi riferimenti. Mancherà quella scuola di giornalismo che si forgiava lungo le strade sterrate ed impervie, consumando suole di scarpe e fogli di carta: perché Michele Garri con il suo esempio, il suo indomito sentirsi cronista sempre e comunque (anche a dispetto di questa malattia che lo debilitava ma non lo fermava), ci ha insegnato che non c'è migliore università che la strada, il confronto diretto con la gente, il misurarsi con il quotidiano.

Con la sua scomparsa se ne va un pezzo importante della storia del giornalismo vibonese. Vinto dalla malattia, contro la quale stava lottando ormai da anni, ieri, nel tardo pomeriggio, se n’è andato verso le 19, attorniato dai familiari che l’hanno vegliato, a casa, fino alla fine.

Profondo cordoglio, a nome di tutti i colleghi calabresi, è stato espresso da Carlo Parisi, segretario generale aggiunto della Fnsi e segretario del Sindacato Giornalisti della Calabria, che ne ricorda «le straordinarie doti umane e professionali. Attivamente impegnato, socialmente e politicamente, Michele Garrì è stato sempre – sottolinea Parisi – al fianco degli ultimi e contro ogni forma di sopruso e di illegalità in un territorio che lui ha raccontato con la competenza e la passione proprie dei nobili di cuore».
Michele Garrì lascia la moglie Anna Scalamogna e i figli Ivan e Melissa, anche lei giornalista. «Alla famiglia tutta – prosegue Parisi – le condoglianze e un sincero sentimento di vicinanza dei colleghi calabresi».
I funerali si celebreranno domani pomeriggio.