Il gup di Catanzaro ha assolto Rosina Di Grillo, figlia di Rosaria Mancuso, di Limbadi, nella sentenza del processo con rito abbreviato per la tentata estorsione aggravata dal metodo mafioso nei confronti dei coniugi Vinci-Scarpulla. La donna (difesa dall'avvocato Francesco Capria), è stata condannata a sei mesi di carcere solo per lesioni. La pena è stata sospesa. Il pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Andrea Mancuso aveva chiesto sette anni di carcere, ma i genitori di Matteo Vinci, morto a seguito dello scoppio di un'autobomba a Limbadi, per il quale è in corso un altro procedimento, non si sono costituiti parte civile in questo processo.


style="display:block"
data-ad-client="ca-pub-7956851822213362"
data-ad-slot="5102188730"
data-ad-format="auto">


Autobomba. Per la morte di Matteo Vinci, il gup distrettuale di Catanzaro ha rinviato a giudizio tutti e cinque gli indagati Domenico Di Grillo 72 anni di Limbadi, la moglie Rosaria Mancuso 64 anni di Limbadi, il genero Vito Barbara 29 anni, le figlie, Lucia e Rosina Di Grillo, rispettivamente 30 e 39 anni. Nei loro confronti la Dda contesta – a vario titolo – i reati di omicidio tentato e consumato con l’aggravante del metodo mafioso, la detenzione illegittima dell’ordigno esplosivo e, ancora, minaccia, ricettazione, detenzione abusiva di armi, lesioni personali, estorsione e rapina.

L’ipotesi accusatoria. Vito Barbara, Lucia Di Grillo e Rosaria Mancuso sono ritenuti, in concorso morale e materiale tra loro e con altri soggetti allo stato non identificati, quali ideatori e promotori dell’attentato dinamitardo che lo scorso 9 aprile è costato la vita a Matteo Vinci e il ferimento del padre Francesco. L’obiettivo – secondo quanto emerge dall’inchiesta – era quello di costringere i coniugi Francesco Vinci e Rosaria Scarpulla a cedere alle loro pretese estorsive. Per i carabinieri sarebbero i mandanti e, forse, anche gli esecutori. Avrebbero “collocato o concordato che altri la collocassero la radio-bomba al di sotto dell’autovettura Ford Fiesta di proprietà di Francesco Vinci condotta nell’occasione dal figlio Matteo facendola (ovvero concordando e disponendo che altri la facessero) successivamente esplodere”. Vito Barbara, Domenico Di Grillo, Lucia e Rosina Di Grillo, Rosaria e Salvatore Mancuso (deceduto) sarebbero poi “gli autori di una serie di azioni esecutive che miravano allo stesso disegno criminoso ovvero costringere la famiglia Vinci a cedere il pezzo di terreno di loro proprietà in contrada Macrea a Limbadi”.