Il lungo iter del rito abbreviato per il processo “Arangea bis” è giunto al suo atto finale. Manca ormai solo un’udienza, dedicata alle ultime repliche tra accusa e difesa, prima che il Giudice dell'udienza preliminare, Cristina Foti, si ritiri in camera di consiglio per emettere la sentenza di primo grado. Un verdetto pesantissimo che peserà sul futuro di 23 persone, accusate di aver trasformato il quartiere della periferia sud di Reggio Calabria in un feudo della ’ndrangheta.

Il quadro accusatorio, delineato con estremo rigore dal pubblico ministero Nicola De Caria, non lascia spazio a sfumature. Durante la requisitoria, il PM ha chiesto condanne complessive per oltre 350 anni di reclusione, puntando il dito contro un sistema capillare di controllo del territorio. Per i presunti promotori e vertici del sodalizio criminale, l'accusa ha sollecitato il massimo della pena prevista dal rito: 20 anni di carcere.

I reati contestati sono "pesanti come macigni": associazione mafiosa ed estorsioni, con una lunga lista di episodi ai danni di imprenditori e commercianti, costretti a piegarsi alle regole del clan.

Nell'ultima udienza, il collegio difensivo ha tentato di scardinare l'impianto della Procura Distrettuale Antimafia. Gli avvocati hanno provato a smontare pezzo dopo pezzo le prove raccolte dagli inquirenti, contestando la natura mafiosa degli episodi citati e cercando di ridimensionare le singole responsabilità penali degli assistiti.

La strategia della difesa punta a dimostrare l'assenza di un vero e proprio vincolo associativo o, in subordine, a mitigare le pene richieste dal PM, considerate eccessive rispetto ai fatti contestati.

Il clima nell'aula di giustizia è teso. Dopo le eventuali controrepliche, la palla passerà definitivamente al GUP Foti. Quello di Arangea non è solo un processo a singoli individui, ma rappresenta un tassello fondamentale per la magistratura nel tentativo di liberare i quartieri periferici dalla morsa del racket e della criminalità organizzata.