Proprio tra gli insospettabili, negli ultimi anni, si nascondono i nuovi poveri, individui che hanno perso ogni certezza per una sopraggiunta difficoltà lavorativa o personale

Non ci sono ricette capaci di invertire la rotta. A tranquillizzare chi ogni giorno si vede risucchiato tra i nuovi poveri servono a poco le rassicurazioni della politica. Basti guardare cosa accade nel profondo Sud, in Calabria e nel Vibonese per avere contezza della drammaticità della situazione. E soprattutto per scoprire come i nuovi poveri siano costituiti da quel ceto medio che per anni è apparso come l'asso nella manica dell'intero paese.

Il racconto. "Una quotidianità scandita, magari per anni, dalla gestione dell’ordinario. Le spese, le bollette, i vestiti dei bambini, la scuola, le tasse. Tutta una serie di situazioni cui fare fronte, giorno dopo giorno, nel proprio nucleo familiare. Poi, d’improvviso, l’inaspettato che porta con sé la rivoluzione, che stravolge la routine e tira verso il basso, nel baratro della fame, della povertà. Il ceto medio cammina così sull’orlo del burrone, attratto verso il fondo, un po’ restio a mostrare agli altri la sua nuova “identità”.

Sull'orlo del baratro. Ma è proprio tra gli insospettabili che, negli ultimi anni, si nascondono i nuovi poveri, individui che hanno perso ogni certezza per una sopraggiunta difficoltà lavorativa o personale, per delle spese sanitarie diventate esigenza nella malattia o, per esempio, per un debito vantato da gente poco raccomandabile. Persone, quindi, «al di sopra di ogni sospetto», costrette sempre di più a bussare ai centri di ascolto della Caritas diocesana, nelle sue varie articolazioni presenti sul territorio, in cerca di un aiuto per gestire l’ordinario improvvisamente diventato emergenza. I dati, in questi casi, parlano da soli e, sebbene non esista al momento un osservatorio su base provinciale per le rilevazioni statistiche nel Vibonese, l’esperienza maturata nel tempo dal direttore della Caritas diocesana, don Fortunato Figliano, e dal vice direttore, il professore Antonio Morelli, custodisce numeri e indicatori capaci di rappresentare il fenomeno.

Trend dal 2008. «Dalla crisi in poi – spiegano – i numeri di cui disponiamo sono molto cambiati. I problemi economici sono iniziati nel 2008. Ebbene, in quell’anno abbiamo eseguito circa 30 interventi». La media degli aiuti forniti negli anni successivi è cambiata in modo progressivo, cresciuta in percentuali sempre maggiori. «Per l’anno in corso possiamo dire – continuano – di aver superato quasi i 500 interventi». Si tratta del dato più importante registrato dall’anno della crisi. «Negli ultimi tre anni la media degli interventi eseguiti nel distretto della diocesi si è più o meno attestata sempre attorno ai 400».

In centro ed in periferia. E, nella provincia di Vibo, si è poveri a macchia di leopardo: «Che si tratti della città o del centro montano – chiarisce don Figliano – non fa differenza, il fenomeno si registra comunque», in tutte le fasce e in tutti i ceti sociali. «Incontriamo il giovane, l’adulto di media età, il pensionato, il single, i nuclei familiari più grandi».  Ogni caso, a seguito della richiesta presentata al Centro di ascolto, viene valutato a fondo, secondo precisi criteri, perché – sottolinea il direttore – «ci sono veri bisogni e finti bisogni, evitiamo di inculcare il pensiero secondo cui la Caritas funziona come un bancomat: non è cos?. Noi ascoltiamo, capiamo il bisogno reale e gestiamo noi l’emergenza in modo diretto. La parola chiave della nostra azione è discernimento». Il tutto avviene in sinergia con le dislocazioni territoriali.

Un supporto. «La Caritas diocesana - spiega ancora il sacerdote - agisce a supporto della Caritas parrocchiale e interparrocchiale. Le povertà hanno mille facce e noi lavoriamo insieme per raggiungere un obiettivo comune, che è quello di liberare l’individuo dallo stato di emergenza, mai di farne un “dipendente” a vita». L’assistenza, per questo, deve essere pensata, programmata, soprattutto in sede istituzionale. Ma spesso questo nel Vibonese manca. «I problemi socio-assistenziali sono ben definiti in linea teorica, ma sul piano operativo lo sono meno. E’ opportuno – afferma il direttore – richiamare ciascuno alle proprie responsabilità, è necessario costruire una programmazione che aiuti ad un reinserimento. Se si chiamassero in causa tutti i soggetti, si potrebbe stabilire una presenza dialogante. Questo potrebbe aiutare, ma non avviene quasi mai».