La vicenda si riferisce al taglieggiamento degli imprenditori agricoli Lo Giudice. Alla sbarra Gregorio e Michele Cacciola

La procura distrettuale antimafia di Reggio Calabria ha chiesti, ieri, la condanna a 15 anni di carcere per Michele e Gregorio Cacciola, membri dell’omonimo clan di ‘ndrangheta di Rosarno accusati di estorsione aggravata dal metodo mafioso. L’intervento del pubblico ministero si è tenuto ieri mattina, mentre nel pomeriggio sono intervenuti i legali dei due imputati, gli avvocati Guido Contestabile e Luca Agostino. 

Michele Cacciola

Gregorio Cacciola

La storia Protagonisti di questa vicenda sono i fratelli Giorgio e Antonio Lo Giudice, imprenditori agricoli di Candidoni, piccolo centro della Piana di Gioia Tauro, che con la loro denuncia hanno mandato in galera i fratelli Cacciola. La prima richiesta estorsiva, secondo quanto hanno dichiarato i Lo Giudice, sarebbe giunta nel 2009, quando Michele Cacciola si era presentato negli uffici della cooperativa “Agrisud” dei Lo Giudice chiedendo 10mila euro. L’importo, nel corso degli anni sarebbe cambiato, fino a arrivare a 2500 euro nel 2011, quando Michele Cacciola viene arrestato per lo “strano” suicidio della figlia Maria Concetta. I Cacciola, però, secondo quanto affermato dai due imprenditori anche in udienza, dove sono stati sentiti come testimoni, non si sarebbero fatti intimorire dagli arresti dei parenti. In quel momento, infatti, sarebbe entrato in scena Gregorio Cacciola, fratello di Michele, continuando a chiedere denaro ai due imprenditori fino alla fine del 2014. Il gennaio del 2015 diventa lo spartiacque nel calvario dei Lo Giudice.

La denuncia I due imprenditori non ce la fanno più a pagare per problemi economici: i soldi non bastano, l’azienda è in crisi e si trovano costretti a ribellarsi ai Cacciola. Una ribellione alla quale Gregorio Cacciola avrebbe risposto con una minaccia chiara: pagate o non lavorate più. Quello che, però, spinge i Lo Giudice a denunciare è una telefonata anonima, nella quale qualcuno chiede loro 100mila euro da consegnare in una stazione di servizio di Rosarno. Il mancato pagamento, raccontano i due, avrebbe comportato la morte dei figli e delle mogli.