Cartelli della droga: svelato il network che collegava il clan di 'ndrangheta ai narcos sudamericani (NOMI)
L’inchiesta della Dda scardina un sistema di traffico internazionale gestito a distanza: un flusso milionario di cocaina pura diretto in Italia attraverso lo schermo di conversazioni criptate
Un ponte criminale ininterrotto che unisce le piazze del Piemonte, le roccaforti della Piana e i cartelli della droga sudamericani. È la geometria mafiosa delineata con precisione chirurgica dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria, che ha smantellato un'organizzazione ramificata dedita all'importazione su scala industriale di sostanze stupefacenti. Al centro di questo reticolo d'interessi transnazionali emerge la figura di Vincenzo Sainato, nato a New York nel 1977 e radicato a Torino, considerato dagli inquirenti il perno fondamentale e l'anello di congiunzione tra le cosche d'oltremare e la rete calabrese riconducibile alla famiglia Alvaro.
Nelle pieghe digitali dei server Sky Ecc, dove operava protetto dal nickname "Nedved" e dal codice identificativo J11XZW, Sainato tesserà la tela di una cooperazione criminale meticolosa. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il suo ruolo non si limitava a una mera mediazione commerciale, ma entrava nel vivo della consulenza tecnica per eludere i controlli doganali.
Il modus operandi dell'associazione era di una spaventosa efficienza. Dalla Calabria partivano indicazioni precise, elaborate da "specialisti" interni ai porti – individuati negli operatori Filippo Gallo e Antonio Reitano – per ottimizzare il confezionamento della merce illegale. Veniva selezionata con cura la tipologia di container da utilizzare, preferendo rigorosamente i carichi di merce secca rispetto a quelli refrigerati, monitorati con maggiore insistenza dalle autorità doganali. La cocaina veniva occultata nei punti strategici delle strutture, definiti gergalmente gli "occhi", mentre il controllo delle rotte navali e dei singoli scali commerciali avveniva in tempo reale attraverso immagini e report costantemente aggiornati.
Nonostante la sofisticata pianificazione e la consulenza a distanza, l'articolato disegno criminoso si è scontrato con il muro invalicabile dei controlli internazionali, mandando in fumo due imponenti spedizioni per un totale complessivo di 264 chili di cocaina pura.
La prima operazione, strutturata su larga scala, prevedeva l'invio in Europa di un container stracolmo di stupefacente. Le trattative, finanziate anche attraverso la regia occulta di Vincenzo Alvaro – attivo dal carcere di Siracusa tramite il canale del figlio – si sono interrotte bruscamente prima ancora che la nave salpasse. Le forze dell'ordine brasiliane hanno infatti intercettato e sequestrato il carico direttamente nel porto d'origine.
Il secondo tentativo, maturato nel dicembre del 2020, ha visto Sainato interloquire con un misterioso interlocutore soprannominato “Sangue Blu”. Confermando la totale assenza di limiti operativi ("lì non abbiamo limiti", scriveva nelle chat), l'organizzazione ha dirottato gli sforzi su una spedizione più contenuta. Messo in viaggio a bordo del mercantile Rotterdam Express e identificato nel container MSDU9037525, il carico – evocativamente definito "i torroni" in un messaggio in dialetto calabrese ("I turruna i stannu ’ncartandu") – è stato definitivamente intercettato e sequestrato dalle autorità panamensi durante la sosta nel porto di Cristóbal.
La trattativa economica tra le parti rifletteva la spietata razionalità di una vera e propria azienda commerciale. Mentre Sainato spingeva per posticipare la definizione dei prezzi all'arrivo della merce in Europa per ammortizzare le fluttuazioni di mercato, i vertici della consorteria calabrese pretendevano certezze granitiche prima della partenza. Dalle celle del penitenziario siracusano, la linea imposta era inequivocabile: i patti chiari equivalgono a un contratto blindato con i fornitori sudamericani, ai quali veniva imposta la consapevolezza di interfacciarsi con una struttura criminale di altissimo profilo, solida e impermeabile alle improvvisazioni.
L'indagine della Dda conferma così come il capoluogo subalpino e il territorio di Sinopoli non fossero semplici terminali di consumo, ma autentiche centrali di coordinamento strategico. Una cabina di regia transnazionale capace di dialogare alla pari con i cartelli sudamericani, dimostrando come il crimine organizzato calabrese continui a tessere le sue trame globali affidandosi a manager invisibili, tecnologia criptata e una collaudata filiera portuale.
