'Ndrangheta nel Vibonese, boss condannato (NOME)
I giudici supremi hanno respinto come inammissibili o infondati gli 11 ricorsi presentati dalla difesa
Non un semplice gruppo criminale, ma una vera e propria articolazione autonoma della ‘ndrangheta vibonese. È quanto ha stabilito la Corte di Cassazione confermando la condanna a 28 anni per Rosario Battaglia, detto “Sarino”, considerato il promotore e capo del clan dei Piscopisani, nel processo “Rimpiazzo”. I giudici supremi hanno respinto come inammissibili o infondati gli 11 ricorsi presentati dalla difesa, rendendo definitiva la sentenza per l’esponente della consorteria mafiosa nata a Piscopio, frazione di Vibo Valentia, in contrapposizione ai Mancuso. Secondo la Cassazione, si tratta di una struttura solida e organizzata, non di un clan «embrionale» come sostenuto dagli avvocati difensori.
Al centro dell’impianto accusatorio, le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia Raffaele Moscato, Bartolomeo Arena e Andrea Mantella. Proprio Moscato, ex appartenente al clan, aveva definito Battaglia come figura centrale: «Battaglia è Battaglia, non ha ruoli», a conferma del suo peso criminale.
L’attività del clan, secondo i giudici, comprendeva estorsioni, traffico di droga e intimidazioni. “Sarino” avrebbe gestito canali di approvvigionamento e smercio di stupefacenti, organizzando i sodali e supervisionando le operazioni. È stato inoltre riconosciuto come mandante delle estorsioni che puntavano ad espandere l'influenza del clan verso Vibo Marina, spesso con metodi violenti verso chi opponeva resistenza.
La Cassazione ha, infine, rigettato anche il ricorso relativo all’intestazione fittizia di un bar del centro storico di Vibo Valentia, considerato una delle basi operative del sodalizio.
