LA LETTERA - "L'Italia sempre meno italiana"
Da diversi anni assistiamo sistematicamente all’acquisizione da parte di società straniere di molte e importanti aziende italiane. Il caso più eclatante è quello della Compagnia aerea Alitalia che, come noto, sta per essere ceduta alla Lufthansa. Si è partiti con l’accordo della cessione del 40% del pacchetto azionario, per soli 320 milioni di euro, ma chiaramente l’obiettivo della Compagnia tedesca è l’acquisizione del pieno controllo dell’Alitalia.
Per coprire le perdite accumulate in tanti anni, lo Stato ha speso oltre 12 miliardi di euro, senza mai portare a termine un serio piano industriale di risanamento dell’azienda.
Quasi tutti i Paesi hanno la loro Compagnia di navigazione aerea nazionale, anche i più piccoli Paesi africani, per il nostro Paese è un duro colpo perdere l’Alitalia. Non è solo un problema di bandiera, la cessione può avere gravi ripercussioni in campo economico. Basta pensare solo alle conseguenze che ci possono essere per il l’importante settore del turismo, a causa delle probabili minori facilitazioni nei collegamenti aerei internazionali diretti nelle nostre principali destinazioni turistiche e dettate da nuove strategie di gestione.
Anche nel settore automobilistico stiamo assistendo ad un progressivo trasferimento all’estero della produzione. Negli anni settanta, gli autoveicoli circolanti in Italia erano per l’80% costruiti nelle fabbriche italiane, oggi siamo ad appena il 20%, con gravi ripercussioni in termini occupazionali.
Le nostre autovetture (Alfa Romeo – Lancia – Fiat) erano molto apprezzate non solo in Italia ma anche all’estero. Per un tedesco avere un’autovettura Alfa Romeo o Lancia era uno status symbol. Oggi i termini si sono invertiti. In quegli anni le autovetture delle forze dell’ordine, quelle utilizzate dagli Enti pubblici e anche dai politici erano rigorosamente prodotte in Italia.
In Germania nel settore automobilistico lavorano quasi 800.000 persone, in Italia siamo al lumicino. Il Ceo della Stellantis Tavares va promettendo nuovi investimenti nel settore automobilistico e intanto manda in cassa integrazione, incentiva il pensionamento dei dipendenti degli stabilimenti storici dell’automobilismo italiano e sposta la produzione in Polonia.
Anche la Ducati e la Lamborghini, eccellenze dell’industria italiana, sono passate ai tedeschi e la storica Pirelli è nelle mire dei Cinesi.
La Magneti Marelli è passata di mano a un Fondo americano che sta mettendo in atto un piano industriale che prevede forti riduzioni del personale e la chiusura del sito produttivo di Crevalcore in Emilia Romagna.
Altro caso eclatante è quello della Tim che, dopo aver venduto il controllo societario alla Vivendi francese, sta vendendo l’intera rete telefonica al Fondo americano Kkr. E’ assurdo pensare che la rete telefonica del nostro Paese debba essere gestita dal Fondo americano. Come dire che tutto il sistema delle comunicazioni e ancora di più della trasmissione dati, settori cruciali per lo sviluppo economico e la sicurezza del nostro Paese, possa essere gestito da una società straniera senza alcuna possibilità di controllo da parte dell’Italia.
Il settore degli elettrodomestici è finito in mano alla Whirpool americana e alla Electrolux svedese. Le due multinazionali hanno raccolto in Italia l’eredità del miracolo italiano dell’industria degli elettrodomestici degli anni sessanta della Zanussi, Zoppas, Ignis e Indesit e oggi ridimensionano i siti produttivi in Italia mettendo a rischio migliaia di posti di lavoro.
Anche nel settore della moda, fiore all’occhiello della nostra produzione, molti marchi storici come Valentino, Bulgari, Fendi, Gucci, Prada e tante altre sono passate in mano e investitori stranieri. Nel campo alimentare, basta ricordare Galbani, Parmalat, Eridania, Invernizzi, Buitoni, S.Pellegrino, Star, Knor, Gancia e anche la Pernigotti che è andata a finire in mano ai Turchi. L’Italcementi è stata acquistata dai tedeschi e perfino alcune squadre di calcio sono finite in mano agli stranieri.
L’Ilva di Taranto, la più grande acciaieria d’Europa, dopo l’acquisizione del controllo a parte della società Arcelor Mittal sembra non abbia più futuro con migliaia di posti di lavoro in pericolo, senza un intervento pubblico. Continuare l’elenco sarebbe molto lungo. C’è da chiedersi com’è possibile attuare un programma industriale di sviluppo economico nazionale se il futuro di queste importanti realtà industriali sono ormai in mano a imprenditori stranieri che, nel perseguire le loro strategie di sviluppo, non esitano a chiudere stabilimenti produttivi in Italia, con conseguenti perdite di posti di lavoro.
Purtroppo, in Italia è stato investito sempre poco in ricerca per puntare ad una produzione di qualità che ci avrebbe consentito di conservare quella posizione di privilegio che ci ha visto primeggiare per tanti anni in settori chiave come l’industria automobilistica, degli elettrodomestici, della meccanica in genere e anche dell’elettronica e ci avrebbe consentito anche di affrontare le sfide della globalizzazione dei mercati.
Difendere le realtà produttive nazionali non significa essere nazionalisti, il Governo francese, in alcuni casi ha difeso le sue società, opponendosi con tutti i mezzi, come fatto per evitare l’acquisto della Chantiers de l’Atlantique da parte della nostra Fincantieri.
Qualcuno potrebbe dire siamo tutti cittadini europei, ma bisogna prendere atto che i Paesi della Comunità Europea non sono gli Stati Uniti d’America con un solo Governo, con le stesse leggi e la stessa lingua. Per un operaio italiano, lavorare in Italia oppure in un altro Paese europeo, non è la stessa cosa.
E’ necessario porre rimedio a questo grave problema. La costituzione del Ministero del “Made in Italy” ha proprio lo scopo di valorizzare le Imprese italiane incentivando la loro crescita e gli investimenti in ricerca e sviluppo per ottenere prodotti altamente qualitativi e competitivi sul mercato nazionale e mondiale. Noi cittadini dobbiamo fare la nostra parte privilegiando gli acquisti di beni prodotti in Italia, solo così possiamo realmente mettere al primo posto gli italiani ed evitare che l’Italia diventi sempre meno italiana.
Domenico Naso - Commercialista
