Il reddito di cittadinanza è una misura di civiltà, segno del progresso umano e dello sviluppo tecnico-scientifico della società post-industriale.  Si tratta di una misura di equità sociale, che dovrebbe contraddistingue i tempi della civiltà raggiunta dopo due secoli di rivoluzione industriale. Il tenore di vita dei cittadini in attività produttive, che deriva dalla ricchezza che si produce come risultato dell’intero bene comune, poiché è il portato del sapere universale deve soddisfare l’esigenza di redistribuirla secondo principi di solidarietà e sussidiarietà a tutti i cittadini appartenenti ad ogni comunità statuale. Il costo sociale del reddito di cittadinanza, giacché interviene su persone che recano con le loro storie individuali i segni evidenti della fragilità umana, non può e non deve essere assunto come una misura economica del dare e dell’avere alla stregua di una retribuzione o un compenso da prestazione, bensì come elargizione secondo il principio universale di gratuità sociale.

Si tratta di una misura di sussistenza, dato che la ricchezza prodotta in questo ambiente storico è la risultante del sapere umano e di secoli di scoperte concomitanti, che bisogna riservare a ogni persona in quanto tale. In fondo si tratta di fragilità esistenziali che, nella società dell’opulenza competitiva, per le più disparate concause rischiano la marginalità e lo scarto come residuato sociale, da bandire come condizione indegna per una qualunque persona.
Le conquiste di civiltà, d’altronde, non sono quelle che hanno contrassegnato i cambiamenti epocali nel rapporto tra minoranze di dominanti e la grande massa dei cittadini?
Il passaggio storico di ogni nuovo traguardo civile, poiché i dominanti hanno i mezzi per sollecitare le pulsioni più becere della natura umana, ha bisogno di costruire percorsi educativi in cui prevalga la solidarietà e si bandisca l’egoismo.
Non è stato così per l’avvento della sanità pubblica e gratuita per tutti cittadini, introdotta in Italia con la legge n. 833 del 1978, secondo i principi di universalità, uguaglianza, equità e prescindendo dalla condizione sociale di ognuno?

E non è stato così quando con l’ex art. 26, L. 153/69, fu deciso che nessun 65enne dovesse rimanere senza un minimo di sostentamento, istituendo perciò la pensione sociale prescindendo dal versamento dei contributi previdenziali?
E prima ancora, la collettività non si è assunta il costo sociale per istituire la scuola pubblica come diritto universale per ogni cittadino?
Ultimi in ordine di tempo i commi uno e due dell’art. 34 della Costituzione del 1948, che recitano “La scuola è aperta a tutti. L'istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita”!
E ancora, non sono forse costi sociali quelli per tenere in piedi tutto l’apparato pubblico, istituzionale e non, per il quale si sostengono spese esorbitanti per Enti vari, talvolta inutili e dispendiosi?

E che dire da ultimo del finanziamento pubblico delle testate giornalistiche e delle Tv private, elargito sulla base del principio che il diritto all’informazione è una conquista sociale di civiltà?
La differenza tra lo Stato Repubblicano, nato con l’avvento della Democrazia Costituzionale del 1948, e regimi che si susseguirono lungo il crepuscolo dell’Ancien Régime sta proprio nei suoi principi costitutivi di civiltà.
Infatti, prescindendo dal giudizio sulla natura politica della sovrastruttura che ha preceduto la Democrazia, la sua conquista sta proprio nei suoi valori umani, nella civiltà giuridica e nelle libertà economiche, che sostanziano oltre ai principi inviolabili della persona tutte le prerogative della civiltà contemporanea. Essa fu la conquista di un popolo che, per generazioni, ha lottato talvolta con il sangue per sconfiggere i tanti notabili che si sono alternati lungo i 142 anni che distanziano la fine del sistema feudale del 1806 e la Democrazia Repubblicana. È in riferimento a quelle conquiste che si sostengono i costi sociali che riguardano in primo luogo il sistema pensionistico, strumento di civiltà per salvaguardare le generazioni propriamente fragili e indifesi come gli anziani, quelli destinati alla coesione e alla pace sociale in Italia e nell’insieme dei Paesi sviluppati.

E tuttavia, i professionisti della mistificazione, dell’insinuazione e della manipolazione dell’informazione, al soldo di editori impuri e monopolizzatori dei mezzi della comunicazione di massa, sono responsabili moralmente del più grande inganno dell’attuale storia politica del Paese. A fronte di un bilancio dello Stato di circa 1000 miliardi di euro, nelle cui voci di spesa vi è l’insieme delle misure con cui si sovvenziona di tutto, prendersela con gli ultimi per una manciata di milioni di euro, come fanno alcune Tv private con il martellamento di servizi maliziosi sin dal primo giorno dell’introduzione del Reddito di Cittadinanza, è il segno di egoismo e inciviltà che con il tempo, poiché si tratta di una macroscopica ingiustizia sociale, si ribalterà su quanti dimostrano con il loro cinismo di essere senza anima e senza dignità!