Succede, a un certo punto, che, mentre ti arrovelli per capire le ultime mosse, i cambi di casacca, i rimpasti e le rimodulazioni di deleghe, sorge spontanea quanto improvvisa una domanda: ma chi comanda?
Chi decide le sorti di una comunità? Chi stabilisce compiti e ruoli, finanziamenti e prebende, indirizzi e attuazione dei lavori? Insomma, chi governa realmente la città?
La risposta dovrebbe essere semplice e ovvia: la politica, coloro che i cittadini hanno votato e scelto per essere governati, ma…
È davvero questa la risposta giusta? La politica ha ancora in mano le chiavi del potere amministrativo di una città?

Il punto è che, negli ultimi trent’anni – complice spesso la debolezza della politica – la burocrazia ha concentrato su di sé competenze e potere decisionale sempre più crescenti. Riaffermare la supremazia della politica sulla macchina amministrativa, che brutalmente chiamiamo “burocrazia”, è impresa non semplice.
Accade, di conseguenza che la politica non riesce a guidare la macchina burocratica semplicemente perché non sa come funziona (e quindi non riconosce dove essa non funziona correttamente). Un ragionamento che può sembrare astratto ma che incide profondamente nelle nostre vite e nel nostro sistema democratico. La soluzione non è certo avere solo politici esperti di diritto amministrativo, anzi. È opportuno ricordare come la competenza principale di un buon amministratore debba essere soprattutto politica, nel senso autentico del termine: gestione del potere, del consenso e dei conflitti.

Ovviamente la debolezza della politica è ascrivibile anche alle scelte compiute da tutti noi elettori. È indubbio che negli anni abbiamo assistito a una vera e propria denigrazione della competenza e della professionalità politica, con conseguente e costante delegittimazione, mentre la burocrazia acquisiva maggiore potere.

Il continuo cambio di amministratori, con giunte ballerine e deleghe ridistribuite con ritmo incalzante, ha contribuito a rafforzare la struttura burocratica che invece è rimasta negli anni sempre identica, con a capo sempre gli stessi dirigenti a prescindere dal colore politico del sindaco e della sua maggioranza: se cambi quattro assessori in tre anni, chi detiene le leve del comando? Il politico che non fa in tempo a capire come funziona la macchina, oppure il dirigente che la macchina non solo sa come funziona, quanto soprattutto la guida, la indirizza, la controlla?
Ne consegue che la debolezza della politica deriva, più che dalla forza dei dirigenti pubblici, dal mancato riconoscimento del suo valore e della sua importanza nell’elettorato, il quale premia e decide di farsi rappresentare da persone non sempre preparate dal punto di vista politico e amministrativo, ma solo votate in base a simpatia, parentela, comparaggio. Alla luce di tutto questo arriviamo a poter affermare il paradosso finale per cui se il popolo sceglie gente che non è capace (o non sa), allora non resta che la burocrazia.

Da qui la necessità di intervenire nella particolare relazione tra politica e macchina amministrativo/burocratica con l’obiettivo preciso di limitare la parte riguardante il presunto strapotere che ha la seconda avendolo acquisito negli ultimi anni.
Ne consegue un oggettivo squilibrio di potere a favore dei dirigenti in virtù delle loro rendite di posizione, a causa dell’incapacità e della scarsa preparazione degli amministratori politici eletti.

E allora, torniamo alla domanda iniziale: chi comanda? Chi decide le sorti di una comunità? Chi governa realmente la città?
Gli assessori vanno e vengono, i sindaci provano a resistere, in balia dei venti della politica … intanto, a restare negli anni, resistenti ad ogni intemperie e scossoni politici, sono i dirigenti. Almeno fino a quando non vanno in pensione!