Orgogliosi dell'Italia agli europei 2020
Orgogliosi? Certo che sì, stavolta è lecito. Gli Europei 2020 a 24 squadre hanno restituito un’Italia che non si vedeva da tempo dopo la delusione cocente dell’ultima eliminazione alle qualificazioni dei Mondiali di Francia condita con un gioco scadente firmato Ventura e alimentato da giocatori poco motivati a onorare l’azzurro.
Anche i siti scommesse inglesi intravedono le potenzialità reali di una rosa che ha convinto indipendentemente dalla maglia indossata dai titolari o dalle riserve. Vedi il match contro i dragoni di Galles, in cui non è mancata la geometria tattica o l’estro di alcune individualità he in genere sendono in campo dl primo minuto.
Quella di Insigne, ad esempio, che nell’economia della squadra, e forse più dell’altrettanto elclettico Berardi, ha saputo trasformarsi da esterno offensivo a trequartista offensivo negli ultimi 20-25 metri: una chiave tattica che rischia di diventare una dinamica ricorrente non solo in ottica azzurra ma forse anche dell’Europeo di altre squadre. Senza dimenticare l’innesto di una modalità di gioco con e senza palla basato su un sistema che privilegia la verticalità delle trame.
Archiviato, forse definitivamente, l’estenuante tiqui-taka portato agli eccessi negli ultimi anni, l’Italia imposta con esterni alti in fase di costruzione, terzini quasi all’altezza degli avanti. Un 3-5-2 che dà ampiezza e non disdegna affatto il supporto alla difesa con tre centrali. C’è la propensione alla verticalità fin dal secondo e dal terzo passaggio che sfrutta il dinamismo dei vari Barella e Locatelli supportati dalla regia firmata Jorginho.
Orgogliosi, insomma, delle progressioni e dei movimenti senza palla di Insigne e Berardi nella trequarti offensiva ma anche di Ciro Immobile che attacca continuamente la profondità e intercetta le direttrici di passaggio per attirare i centrali avversari e liberare l’inserimento delle mezzali.
Nella verticalità del gioco si inserisce il parisienne tricolore Marco Verratti visto contro il Galles che possiede la stessa geometria tattica in mezzo al campo, con la capacità di creare gioco da solo, magari da fermo, rubando e costruendo dopo aver ricevuto da uno dei centrali di difesa.
Si osserva insomma l’individualità che crea il collettivo e il collettivo che esalta l’individualità. Verratti non è mai immune da infortuni e fragilità fisiche, fragilità che hanno paradossalmente permesso l’eversione di un altro talentuoso centrocampista azzurro protagonista di due reti già nel girone a quattro. È Manuel Locatelli, altro costruttore nella parte mediana del campo che predilige movimenti da regista nei settanta metri del rettangolo senza presidiare la difesa, imprevedibile, abile nell’inserimento tra le linee, svelto nella distribuzione.
Molti palloni giocati ad ogni altezza, dalla trequarti all’area avversaria, ma un pò meno di quelli toccati da Verratti che non trascorre mai nemmeno cinque minuti senza ricevere il pallone. Due modi differenti di giocare, con quest’ultimo abile a ricevere nel vertice basso, scaricare, costruire, attirare a sè gli avversari, essere presente nella trama più di Locatelli, che sfugge e poi appare. E segna, molto spesso.
È un’Italia di cui andare orgogliosi. Lontani i tempi in cui essere apostrofati come i difensivisti ossessionati dal catenaccio. Non c’è più l’Italia immobile che impattava stancamente sul muro svedese costruito a regola d’arte sul rettangolo di San Siro. Piuttosto, c’è l’Italia di Immobile, anche lui protagonista di due reti nel girone. È un’Italia frizzante, dinamica, estroversa e volitiva. Bella da vedere. Sì, è un’Italia di cui andarne orgogliosi.
