Morì dopo quattro giorni di vita, a giudizio tre medici dell'ospedale di Soverato
L'accusa è di omicidio colposo. Il processo a carico del primario di Ostetricia e Ginecologia e dei suoi due colleghi inizierà il prossimo 25 settembre
di GABRIELLA PASSARIELLO
Tutti a processo. Il gup del Tribunale di Catanzaro Barbara Saccà ha rinviato a giudizio tre medici dell’ospedale di Soverato accusati dell’ omicidio colposo in concorso del piccolo Matteo, morto dopo soli quattro giorni di vita, accogliendo la richiesta avanzata in aula il 7 marzo scorso dal pubblico ministero Giulia Tramonti. Si tratta del primario del reparto di Ostetricia e Ginecologia dell’ospedale di Soverato Domenico Perri, dei colleghi Tommaso Gioffrè ed Ettore Falvo. Il processo a carico dei tre camici bianchi assistiti dai legali Enzo Ioppoli, Salvatore Staiano e Angela Mascaro per delega dell’avvocato Giancarlo Pittelli, inizierà davanti al Tribunale monocratico il prossimo 25 settembre. Secondo le ipotesi di accusa i camici banchi non avrebbero fatto tutto il possibile per evitare la morte del piccolo Matteo Zangari, omettendo di diagnosticare una malformazione al cuore, che se accertata avrebbe potuto garantire al neonato cure appropriate in un centro specializzato.
La ricostruzione dei fatti. Il caso aveva suscitato un notevole clamore mediatico, tanto da richiedere l’intervento del garante dell’infanzia Marilina Intrieri, che chiese copie degli esami eseguiti sul piccolo per accertare presunte violazioni del diritto alla vita. Secondo la ricostruzione dei fatti, il piccolo di Davoli nato il 30 agosto del 2014 all’ospedale di Soverato, sarebbe stato dimesso dall’equipe medica in perfette condizioni di salute. Qualcosa però non sarebbe andato per il verso giusto. Il pianto continuo del bambino e la sua inappetenza avevano preoccupato i genitori, che decisero di riportarlo in ospedale, dove è stato esaminato dal personale presente. I successivi accertamenti avevano richiesto il trasferimento di Matteo al Pugliese- Ciaccio di Catanzaro, che fu ricoverato nel reparto di terapia intensiva. Le sue condizioni di salute erano apparse subito critiche e nel giro di mezzora il cuoricino di Matteo aveva smesso di battere. Una morte senza una causa apparente, almeno all’inizio, fino a quando l’inchiesta della Procura di Catanzaro, che all’epoca dei fatti aveva iscritto undici persone nel registro degli indagati e la successiva autopsia richiesta sul corpicino di Matteo, non aveva rilevato l’esistenza di una sofferenza cardiaca.
