'Ndrangheta nel Vibonese: il pentito vuota il sacco (NOMI)
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Francesco Fortuna fanno luce sulle estorsioni legate ai lavori dell’autostrada e sul controllo del territorio di Pizzo (nel Vibonese) da parte del clan Bonavota, in accordo con altre cosche vibonesi. Nei verbali resi alla Dda di Catanzaro e acquisiti nell’inchiesta “Rinascita-Scott”, Fortuna elenca i gruppi con cui i Bonavota avevano stretti rapporti, tra cui “i Vallelunga, gli Emanuele, gli Anello, gli Accorinti di Zungri, i Fiarè, i Razionale, i Piscopisani, i Tripodi di Porto Salvo e i Barbieri di Pannaconi”.
Secondo il pentito, per come riporta "il Quotidiano del Sud", i rapporti economici tra i Bonavota e i Mancuso iniziarono con l’ammodernamento della Salerno-Reggio Calabria, poiché un tratto dei lavori passava da Sant’Onofrio. “Non partecipai a quell’estorsione e non percepii mai denaro”, precisa Fortuna.
Oltre all’autostrada, i Bonavota entrarono nelle estorsioni a Pizzo Calabro grazie all’alleanza con gli Anello. “Non c’era una famiglia che controllava il territorio”, spiega, aggiungendo che il potere si divideva tra Bonavota, Anello e Mancuso. Con l’arresto negli anni ’90 di Rocco e Tommaso Anello, il territorio passò temporaneamente ai Fiumara, ma dopo la loro scarcerazione il controllo tornò agli Anello. Fortuna smentisce che Pizzo fosse divisa in zone rigide: “Dove c’era lavoro, i clan si dividevano il compenso”. Il controllo si estendeva fino all’uscita autostradale di Pizzo, mentre oltre quel punto l’area passava sotto il dominio esclusivo degli Anello, tranne nei villaggi turistici, gestiti congiuntamente ai Mancuso.
Il rapporto tra Rocco Anello e i Bonavota era di lunga data. “Da minorenne, andò senza patente a Sant’Onofrio per aiutare Vincenzo Bonavota a nascondersi”, racconta il pentito. Anello aveva inoltre “un’ampia disponibilità di armi provenienti dalla Svizzera”, che in più occasioni vendette ai Bonavota, fornendo mitragliette Uzi, fucili Winchester e pistole.
Durante la latitanza di Domenico Bonavota e Antonio Patania, Anello offrì loro rifugio, ma i due scelsero di trasferirsi a Genova. “Ci restò molto male, pensava che non ci fidassimo di lui”, dice Fortuna, che precisa: “Non era così, avevamo solo preso una decisione diversa”. Poco dopo, anche Anello fu arrestato.
