Migrante ucciso nel Vibonese, svolta nell’inchiesta: c’è un indagato. Escluso il movente razziale
Nel corso del pomeriggio i carabinieri della Compagnia di Tropea e della Stazione di San Calogero hanno notificato, ad Antonio Pontoriero, 43 anni di San Calogero, un “avviso della persona indagata” e contestuale “notifica di accertamenti tecnici non ripetibili” per l’omicidio del 2 giugno del maliano Soumayla Sacko, emesso dalla Procura della Repubblica di Vibo Valentia che coordina le indagini.
Escluso il movente razziale. Si stringe dunque il cerchio intorno al killer che sabato scorso ha ucciso il 29enne bracciante agricolo africano all’interno dell’area dell’ex fornace “La Tranquilla”, la vecchia fabbrica in disuso finita al centro di un’inchiesta giudiziaria e da dieci anni ormai sotto sequestro. Fonti investigative escludono il movente razziale e xenofobo dell’omicidio. Per gli inquirenti il giovane sarebbe stato ucciso per vendetta e nelle ultime ore hanno imboccato una pista precisa che si sta seguendo con grande determinazione e che legherebbe l’omicidio proprio alla vecchia fabbrica ubicata ai confini tra la provincia di Vibo e di Reggio Calabria. Antonio Pontoriero è infatti il nipote di Francesco Pontoriero, 66 anni, già dipendente della “Fornace Tranquilla” con la mansione di custode e coinvolto nell’inchiesta “Poison” su un presunto traffico illecito di rifiuti tossici i provenienti da Brindisi e poi finiti illegalmente, dal 2000 al 2007, negli impianti della discarica della fabbrica (LEGGI QUI).
La Panda bianca. I carabinieri hanno sentito alcune persone alla ricerca di indizi e sin dalla notte tra sabato e domenica stanno eseguendo perquisizioni in tutta l’area alla ricerca della Fiat Panda bianca vecchio modello, a bordo della quale – secondo il racconto dei due feriti – è giunto l’uomo, di carnagione chiara che ha sparato quattro colpi di fucile caricato a pallettoni contro i tre migranti. I Pontoriero avrebbero in uso lo stesso tipo di Fiat Panda bianca individuata dai migranti scampati all’agguato che avrebbero fornito agli inquirenti anche alcuni numeri della targa. Dopo essere rimasti feriti lievemente nel tentativo di scappare via e sfuggire ai colpi sparati dal killer, i due sopravvissuti hanno dato l’allarme, ma non avendo telefoni cellulari sono tornati a piedi a Rosarno, distante una decina di chilometri da San Calogero, dove si sono recati dai carabinieri. I militari si sono recati quindi sul posto facendo intervenire il 118 che ha soccorso Sacko portandolo prima a Polistena e poi, per la gravità delle ferite, nell’ospedale di Reggio Calabria dove è morto per una ferita alla testa.
