Ci sono ferite che faticano a rimarginarsi, non solo sulla pelle delle persone, ma anche nel marmo delle nostre piazze. A Piazza della Repubblica, l’incidente che tre mesi fa ha visto un pesante palo della luce in ghisa travolgere un artigiano e la sua merce sembra essersi cristallizzato nel tempo. Da quel giorno, tra i ciottoli divelti e il metallo contorto, non è cambiato nulla: il lampione è ancora lì, immobile, trasformato in un grottesco simbolo della lentezza burocratica.

L'inchiesta aperta dalla Procura di Vibo Valentia per accertare le responsabilità del crollo è un atto dovuto, ma la domanda che rimbalza tra i tavolini dei bar e corre veloce sui social è una sola: è mai possibile che in oltre novanta giorni non si sia riusciti a completare i rilievi tecnici?

Il timore di residenti e commercianti è che la piazza sia caduta nel buco nero dei "tempi biblici" della giustizia italiana. Tre mesi sono un orizzonte temporale più che ragionevole per stabilire se quel palo fosse corroso o mal mantenuto; prolungare ulteriormente il "sequestro" di quell'angolo di piazza significa solo aggiungere al danno fisico subito dall'artigiano, un danno d'immagine per l'intera comunità.

Mentre le aule di tribunale seguono i loro ritmi, la realtà quotidiana di Pizzo racconta una storia di inagibilità. Quello che dovrebbe essere il salotto buono della città appare oggi sfregiato da transenne e macerie che nessuno osa toccare in attesa di un "nulla osta" che sembra non arrivare mai. «Pizzo merita di essere ripulita e messa in sicurezza», gridano gli utenti sul web, lamentando come un banale intervento di rimozione sia diventato un caso di Stato.

Il vero pericolo è che i cittadini finiscano per abituarsi a quel relitto, accettando che un angolo di Piazza della Repubblica resti interdetto a tempo indeterminato. L’auspicio è che le autorità competenti – dalla Procura agli uffici comunali – diano un’accelerata decisiva: restituire la piazza alla sua piena fruibilità non è solo un atto di decoro, ma un dovere verso una comunità che vive di turismo e bellezza, e che non può permettersi di ospitare "monumenti" alla lentezza giudiziaria.