La Corte d'Appello di Catanzaro
La Corte d'Appello di Catanzaro

La Corte d’Appello di Catanzaro, sezione penale, ha disposto il dissequestro dell’attività aziendale “Superauto”, riconducibile ai coniugi Domenico Cichello e Angela Pititto, nell’ambito del processo “Rinascita Scott”. Una decisione che pone fine a uno dei capitoli più controversi della vicenda giudiziaria, segnato da sequestri reiterati nel corso di oltre vent’anni.

All’esito della lettura del dispositivo, la difesa di Domenico Cichello – rappresentata dagli avvocati Pietro Chiodo e Marco Gemelli – ha espresso «soddisfazione per la parziale opera di giustizia compiuta dai giudici del doppio grado», sottolineando come il dissequestro dell’autosalone rappresenti «la conclusione di una lunga e ingiusta persecuzione giudiziaria».

«Finalmente – affermano i legali – è stato messo un punto fermo sulla vicenda relativa al sequestro dell’attività aziendale, in ossequio ai principi di diritto già enunciati dalla Suprema Corte di Cassazione». Proprio la Cassazione, lo scorso 8 maggio, aveva annullato con rinvio l’ordinanza del Tribunale di Vibo Valentia che aveva respinto l’istanza di dissequestro, censurando la mancanza di una concreta motivazione sul periculum in mora.

«Il sequestro preventivo – ribadiscono Chiodo e Gemelli – non può trasformarsi in uno strumento vessatorio. Nel caso di specie è stato dimostrato che non è mai esistito alcun pericolo di dispersione del patrimonio aziendale: i coniugi Cichello non hanno mai tentato di alienare o sottrarre i beni, continuando a svolgere un’attività storica avviata nel 1970 all’insegna dell’onestà e della dedizione al lavoro».

La difesa richiama inoltre le «gravi contraddizioni delle fonti collaborative» poste a fondamento dell’accusa di infiltrazioni mafiose nell’azienda. «Tali dichiarazioni – sottolineano – sono state più volte contestate in aula come incoerenti e inattendibili, tanto da chiedere la trasmissione degli atti alla Procura per il reato di calunnia».

Ampio spazio, nel ricorso accolto, è stato dedicato anche alla provenienza lecita delle risorse economiche utilizzate per il riavvio dell’attività nel 2017. «È stato dimostrato documentalmente – spiegano i legali – che le somme impiegate derivavano da fondi dissequestrati, dalla restituzione di autovetture e dalla vendita di terreni legittimamente detenuti, senza alcuna connessione con ipotesi di reato».

«La prima opera di giustizia è stata compiuta – concludono gli avvocati – prima dalla Cassazione e poi dai giudici del doppio grado. Ora attendiamo che la Corte di legittimità completi l’opera, annullando con o senza rinvio una sentenza d’appello la cui motivazione non sarà facile, alla luce delle gravi ed insanabili contraddizioni emerse nel racconto dei collaboratori».