“Questo è un territorio dove c’è molto bisogno di parlare di giustizia, di legalità. Di parlare. Il rischio è che si diventi assoggettati a quelle leggi del silenzio che vogliono i mafiosi”. A parlare è Marisa Manzini, procuratore aggiunto di Cosenza, intervenuta all’Istituto italiano di Criminologia nel corso delle “Giornate di Scienza, Cultura e Giustizia”. "La cosa che mi piace di più - ha evidenziato la Manzini - è proprio parlare ai giovani, che sono quelli che hanno davanti un'intera esistenza e devono decidere come investire sulla propria vita. Dobbiamo veramente puntare su questo, sui giovani, perchè su questo territorio le generazioni come la mia hanno un po' fallito".

Le donne possono sconfiggere la ‘ndrangheta. Marisa Manzini ha parlato agli studenti, e non solo, di vari aspetti della 'ndrangheta. Tra cui la figura delle donne, che rivestono un ruolo "estremamente importante" in un’organizzazione che ha un’impostazione di tipo maschilista: “Hanno il compito di trasferire ai figli i disvalori tipici della ‘ndrangheta”. Parlando di diverse figure femminili, da Santa Buccafusca a Giuseppina Iacopetta, ha spiegato che solitamente la vita delle donne di ‘ndrangheta è una vita di “sottoposizione a violenza”. “Non solo fisica ma anche psicologica - ha sottolineato - che gli impedisce di essere soggetti con una loro dignità”. Dall’esterno, infatti, le mogli dei boss appaiono come “regine”, incutono timore, “ma all’interno della propria casa, in realtà, sono rinchiuse in una gabbia dorata”. “Se la ‘ndrangheta, che ha una rilevanza mondiale ma si fonda ancora sulla potenza della famiglia di sangue, inizia ad avere donne che prendono una posizione contro l’organizzazione - ci ha tenuto ad evidenziare la Manzini - allora inizieranno ad instaurarsi delle fratture insanabili che potrebbero portare all’inizio della fine. Io sono convinta di questo”.

Religione come strumento che rende forte la 'ndrangheta. Nel corso dell'incontro si è poi affrontato il tema della fede degli 'ndranghetisti. "La religione - ha spiegato la Manzini - viene strumentalizzata dalla ‘ndrangheta. È uno degli strumenti che l’ha resa ancora più forte. È una furbata che le ha consentito di ottenere quel consenso sociale che altrimenti, forse, non avrebbe avuto”. E, per evidenziare questa strumentalizzazione, ha raccontato della figura di Giuseppina Iacopetta - una delle poche donne mafiose condannate all’ergastolo - che è stata sottoposta a intercettazioni quando prese le redini della cosca dopo l’omicidio del marito, Fortunato Patania. “Sentire le intercettazioni - ha detto il procuratore di Cosenza - faceva accapponare la pelle: pregava la Madonna chiedendole di poter vedere scorrere il sangue degli autori dell’omicidio del marito”.

La forza delle parole. In conclusione il procuratore aggiunto di Cosenza - membro inoltre del “Dipartimento per l’analisi e il monitoraggio dei fenomeni criminali e mafiosi” della Pontificia accademia mariana internazionale - ha voluto lanciare un messaggio ben preciso: "La ‘ndrangheta è qualcosa che riguarda tutti, anche chi fa tutt’altro". Proprio per questo le cose cambieranno, ha sottolineato, “solo se si parte da un cambiamento culturale”. Ma “che parliamo a fare?” ha chiesto qualcuno dal pubblico, sottolineando che “urliamo, urliamo, urliamo, ma poi non cambia nulla”. “Anche queste occasioni sono importanti. È necessario che i giovani inizino ad acquisire una cultura diversa - ha risposto la Manzini - per modificare una società che presenta delle situazioni che non ci fanno onore, e anche questo non è tempo perso. Ognuno però deve fare la propria parte: sapere che il titolare di un negozio è vicino alla ‘ndrangheta, e continuare ad andarci, significa indirettamente finanziare la mafia. Se invece lo so, ne sono a conoscenza, posso evitarlo". "La parola - ha concluso - ha la possibilità di far emergere le cose. La parola per dire no a determinate situazioni è ciò che induce al cambiamento".