Si è conclusa tra le mura del carcere di Catanzaro la latitanza di Domenico Zannino e Michele Idà. I due, sfuggiti al blitz della Polizia di Stato scattato lo scorso martedì nell'ambito della maxi-operazione "Jerakarni", hanno deciso di porre fine alla loro irreperibilità presentandosi spontaneamente presso la casa circondariale del capoluogo, accompagnati dal loro legale di fiducia, l'avvocato Giuseppe Orecchio.

Entrambi sono destinatari di un'ordinanza di custodia cautelare in carcere emessa dal GIP distrettuale, che li delinea come figure apicali e "braccia operative" dello storico clan Emanuele-Idà, egemone nelle Preserre vibonesi.

L'operazione, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia, ha inferto un colpo durissimo alla struttura gerarchica delle famiglie di Gerocarne e Sorianello, ricostruendo anni di egemonia criminale, alleanze e conflitti fratricidi. Con la costituzione di Zannino e Idà, si chiude il cerchio sui principali ricercati della retata di martedì, mettendo a disposizione dell'autorità giudiziaria i presunti vertici di una delle consorterie più agguerrite del vibonese:  i due, costituitisi nel carcere di Catanzaro dopo tre giorni di irreperibilità, non sono semplici gregari, ma le menti e le braccia che hanno garantito la sopravvivenza e la continuità della 'ndrina Emanuele-Idà di fronte alle offensive dello Stato e dei clan rivali.

Domenico Zannino: Il reggente "Testazza"

Domenico Zannino, 37 anni, di Sorianello, noto negli ambienti criminali con il soprannome di "Testazza", emerge dalle indagini della Dda come il vero e proprio reggente del gruppo Emanuele di Gerocarne. Secondo l'accusa, Zannino avrebbe assunto il comando operativo dell'organizzazione per colmare il vuoto lasciato dai vertici storici, i fratelli Bruno e Gaetano Emanuele, e in assenza di Franco Idà.

Il suo profilo è quello di un uomo d'azione e di mediazione: accusato di aver pianificato azioni omicidiarie e di aver gestito le estorsioni sul territorio, la sua caratura è confermata dai numerosi tentativi di agguato a cui è scampato, orditi dal clan rivale dei Loielo nel corso della sanguinosa faida boschiva. Le carte dell'inchiesta evidenziano anche i suoi rapporti con il mondo della politica. Zannino è stato più volte controllato in compagnia di figure istituzionali, tra cui l'ex sindaco di Soriano Calabro, Vincenzo Bartone (la cui amministrazione è stata successivamente sciolta per infiltrazioni mafiose).

Michele Idà: Il "delfino" del clan

Più giovane ma non meno influente è la figura di Michele Idà, 29 anni, residente nella frazione Ariola di Gerocarne. Figlio del boss Franco Idà (già condannato definitivamente per associazione mafiosa nel processo "Luce nei boschi"), Michele è considerato dagli inquirenti l'erede naturale della consorteria.

Il suo ruolo all'interno dell'organigramma sarebbe stato poliedrico e strategico: coinvolto in prima linea nel narcotraffico e nelle attività estorsive, a lui sarebbe stata affidata la gestione della "cassa comune" del clan e avrebbe partecipato attivamente alla preparazione degli agguati contro le fazioni avversarie, mantenendo alto il potere di fuoco della 'ndrina.