La Prima sezione penale della Corte di Cassazione ha parzialmente annullato le condanne emesse dalla Corte d’Appello di Catanzaro nell’ambito del procedimento legato al presunto sistema di falsi diplomi nel Vibonese, noto come inchiesta “Diacono”, uno dei filoni giudiziari più complessi emersi negli ultimi anni in Calabria. I giudici della Suprema Corte, nonostante il parere contrario del Procuratore generale che aveva chiesto l’inammissibilità del ricorso per Davide Licata e il rigetto per Rossella Marzano, difesi dagli avvocati Giuseppe Di Renzo e Giovanni Vecchio, hanno disposto un doppio esito: annullamento senza rinvio per alcune imputazioni e annullamento con rinvio per altre contestazioni riguardanti Licata.

Una decisione che riapre parzialmente il quadro processuale, dopo anni di indagini, sequestri e processi che hanno ricostruito un presunto sistema strutturato di rilascio illecito di titoli di studio.

Le origini dell’inchiesta: il “diplomificio” di Stefanaconi

L’indagine nasce nel 2020 dalla Procura di Vibo Valentia e dai Carabinieri, con al centro l’Accademia “Ars e Scientia” di Stefanaconi, ritenuta dagli inquirenti il fulcro di un presunto sistema di vendita di diplomi e master senza reale frequenza dei corsi. Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, il meccanismo avrebbe permesso a centinaia di persone di ottenere titoli di studio utilizzabili per concorsi pubblici, in cambio di denaro e utilità, configurando ipotesi di associazione per delinquere, corruzione e falsità ideologica. Nel tempo il fascicolo si è ampliato fino a coinvolgere decine di indagati tra docenti, intermediari e soggetti legati al circuito della formazione privata.

Il punto di svolta: l’arsenale di armi e i sequestri

L’inchiesta ha avuto una svolta decisiva nel luglio 2020, quando i Carabinieri scoprirono, nel corso di perquisizioni nell’area di Stefanaconi, un vero e proprio arsenale di armi da guerra e clandestine. Secondo le ricostruzioni investigative, nell’abitazione riconducibile a Davide Licata e alla moglie Rossella Marzano furono rinvenuti fucili e pistole, anche clandestine, una mitragliatrice, silenziatori, centinaia di munizioni e giubbotti antiproiettile. Nel corso delle operazioni furono inoltre sequestrati circa 202mila euro in contanti, nascosti tra cassaforti e mobili, oltre a telefoni cellulari e altro materiale ritenuto di interesse investigativo. Il ritrovamento delle armi portò all’arresto dei due coniugi e all’estensione delle indagini da parte della Direzione distrettuale antimafia di Catanzaro, che ipotizzò collegamenti tra il sistema dei diplomi e contesti criminali più ampi.

L’impianto accusatorio: un sistema organizzato

Secondo l’impostazione della Procura, l’Accademia Fidia e le strutture collegate avrebbero operato come un sistema organizzato per la produzione e vendita di titoli di studio falsi, attraverso società e canali paralleli. Le accuse comprendevano, a vario titolo, associazione per delinquere, corruzione, falso ideologico e materiale, riciclaggio e autoriciclaggio e truffa ai danni dello Stato. Tra gli indagati figuravano esponenti della famiglia Licata, tra cui Michele Licata, ritenuto il fondatore del circuito formativo, e i figli Davide, Jgor e Dimitri, oltre a Rossella Marzano.

Dalla fase cautelare ai processi

Dopo gli arresti e i sequestri, l’inchiesta ha attraversato tutte le fasi del sistema giudiziario: rinvii a giudizio per decine di imputati, alcune assoluzioni e archiviazioni parziali, riqualificazioni delle imputazioni e impugnazioni fino alla Cassazione. 

La Cassazione e il nuovo scenario processuale

La recente decisione della Cassazione segna un ulteriore passaggio nella lunga vicenda giudiziaria: alcune condanne vengono eliminate definitivamente, mentre altre tornano davanti alla Corte d’Appello per un nuovo esame.