Il sei gennaio prossimo ricorre il quarantesimo anniversario della morte dell’ex sindaco di Mileto Attilio Pata ed già presidente della Vibonese dal 1966 al 1973. Stiamo parlando di una delle maggiori figure non solo dell’ex capitale normanna e dell’intero vibonese ma anche della Milano da bere al centro del mondo degli anni Sessanta. Una città dove il miletese Pata è stato amico dei più grandi uomini della finanza, vicepresidente del Milan e tra i maggiori industriali di quel particolare momento storico. Una stagione dove i sogni e i progetti diventavano spesso realtà.

Ma Attilio Pata è stato anche un benefattore, specie nella sua amata Mileto. Si deve, infatti, a lui e a proprie spese la realizzazione della Villa comunale e il generoso tentativo di creare occasioni di sviluppo e di lavoro sulla scia della nascita della CGR, una fabbrica, con sede a Porto Salvo, che negli anni Sessanta ebbe grazie al suo spirito imprenditoriale, un periodo particolarmente felice, inghiottito poi da una crisi senza ritorno. Un visionario Attilio Pata con il pallino delle grandi opere e della politica. Un impegno quest’ultimo che lo ha, però, ben presto costretto ad abdicare e a fare ritorno deluso e amareggiato nella sua citta d’adozione, che è stata Milano, accanto ai più importanti capitani della finanza lombarda, ma con la Calabria e la cittadina normanna costantemente nel cuore.

A Mileto - come abbiamo già avuto raccontare in altre occasioni - gli addetti ai lavori di quel tempo sognante raccontano che il Grande Ufficiale avvocato Attilio Pata decise dopo una lunga meditazione di lasciare definitivamente questi luoghi per via della delusione di non essere stato eletto alla Camera dei deputati e dopo le ripetute imboscate di cui era rimasto vittima come sindaco e come politico emergente a livello regionale ad opera degli intramontabili compagni di merende che in loco si tramandano il testimone da padre in figlio e da compare a comparuccio. Una storia vecchia come il “cucco” che ad ogni generazione, senza saltarne neppure una, si ripete e di cui neppure il mecenate calabrese trapiantato a Milano, ma poco addentrato nel teatrino domestico locale, è riuscito a schivare i colpi. Le azioni meschine nelle nostre realtà hanno sempre avuto corso regolare. Di lui, chi scrive ricorda gli occhiali spessi, l’aria sempre seriosa, la sua solennità durante la processione di San Fortunato martire accanto al vescovo monsignor Vincenzo De Chiara e agli altri notabili, ma anche e soprattutto la malinconia antica che si leggeva dai suoi sguardi improvvisi verso il mondo circostante. Una mente la sua affollata da mille pensieri e da chissà quali presagi.

Un fatto è certo. Quella di Pata, che è venuto mancare all’età di soli 67 anni nella sua Mileto nel giorno dell’Epifania di 40 anni fa, è stata una stagione feconda sulla quale è però ben presto calato il silenzio. I più giovani di lui non sanno praticamente nulla e quelli più avanti negli anni sono oggi forse troppo stanchi di ricordare. Il girotondo della vita non lascia spazio né alla memoria e tantomeno ai riconoscimenti e qualche volta, come nel caso di Attilio Pata, quando i calcoli della politica e degli uomini in generale non portano vantaggi, neppure a quelli postumi. La dimenticanza è spesso la nostra salvezza ma anche la nostra sconfitta..