Terremoto ambientale in Calabria: sei indagati. C'è anche un vibonese (NOMI)
Contestato un sofisticato sistema per aggirare i severi vincoli europei sul trasporto dei rifiuti e svuotare le discariche calabresi verso i porti ellenici
Un sofisticato sistema per aggirare i severi vincoli europei sul trasporto dei rifiuti e svuotare le discariche calabresi verso i porti ellenici. È questa la tesi della Procura di Bari, che ha inferto un colpo durissimo alla Servizi Ecologici di Tarsia, azienda leader nel settore dei rifiuti nel Cosentino. Il Gip ha disposto l’interdizione per un anno per il titolare dell’impresa e il sequestro preventivo dell’intero asset aziendale, ora passato sotto la gestione di un amministratore giudiziario.
L'indagine, condotta dalla Guardia Costiera tra il 2021 e il 2023, ha svelato come migliaia di tonnellate di rifiuti solidi urbani venissero classificate con codici riservati ai "rifiuti speciali". Questa manipolazione documentale avrebbe permesso di eludere i principi di autosufficienza e prossimità che, per legge, obbligano a smaltire i rifiuti domestici all'interno dei confini regionali o nazionali. Invece, circa 7.000 tonnellate di scarti hanno preso la via del mare dai porti di Bari e Brindisi, dirette verso un impianto in Grecia non autorizzato al recupero finale.
L'inchiesta non si ferma ai cancelli dell'azienda di Tarsia, ma scuote le fondamenta del Dipartimento Tutela dell’Ambiente della Regione Calabria. Nel registro degli indagati figurano infatti sei nomi, tra cui quattro dirigenti e funzionari regionali: Giosè Marchese (titolare della ditta) e Pasqualino Caparrotta (responsabile tecnico), i dirigenti e Rup Gianfranco Comito (di Vibo Valentia), Gabriele Alitto, Clementina Torchia e Claudia Russo.
Secondo l'ipotesi accusatoria, i dipendenti pubblici avrebbero autorizzato le spedizioni e lo svincolo delle fideiussioni senza effettuare i dovuti controlli, convalidando operazioni di recupero energetico che, nei fatti, non sarebbero mai avvenute.
Il nucleo dell'accusa ruota attorno al falso ideologico e al traffico illecito di rifiuti. Gli investigatori hanno quantificato un profitto illecito superiore a 1,6 milioni di euro, frutto del risparmio sui costi di corretto smaltimento e della riscossione indebita delle garanzie finanziarie. Al momento, il procedimento si trova nella fase delle indagini preliminari, durante la quale gli indagati avranno modo di fornire la propria versione dei fatti e smontare il castello accusatorio costruito dalla Procura pugliese.
