Processo Tabula Rasa, in Appello oltre un secolo di carcere per latitanti e fiancheggiatori
Diciotto le condanne confermate, una rideterminata. Nove le assoluzioni e un non luogo a procedere per intervenuta morte dell'imputato
di GABRIELLA PASSARIELLO
Diciotto condanne confermate, una rideterminata, nove assoluzioni e un non luogo a procedere per intervenuta morte dell’imputato. E’ il verdetto sentenziato dalla Corte di appello di Catanzaro per i ventinove imputati, giudicati con rito abbreviato, coinvolti nell’operazione Tabula Rasa, messa a segno il 22 maggio 2014, contro i clan operanti sul territorio di Petilia Policastro, nel Crotonese. I giudici di secondo grado hanno ridotto la pena a carico di Francesco Garofalo che da 13 e 4 mesi di reclusione passa a 10 anni di carcere, pronunciando il non luogo a procedere per intervenuta morte di Francesco Astorino mentre sono rimaste invariate le condanne emesse dal gup di Catanzaro Pietro Scuteri il 19 febbraio 2016 a carico di Giuseppe Pace 18 anni e sei mesi, Diego Garafalo 9 anni e 10 mesi, Salvatore Comberiati,(di 48 anni) 6 anni di carcere. E ancora, Leonello Astorino, 10 mesi e venti giorni di reclusione, Bruno Domenico 7 mesi e 10 giorni di reclusione, Giovanni Castagnino 7 anni e 4 mesi di carcere, Salvatore Comberiati, (di 57 anni), 8 anni, Tommasino Ierardi, 6 anni di reclusione, Emilio Lazzaro 2 anni, quattro mesi e tredici giorni di reclusione e contestualmente assolto per 10 capi di imputazione, Luigi Lechiara 6 anni, Pasquale Manfreda, 8 anni, Mario Mauro 4 anni e otto mesi, Michael Pace 7 anni, Guido Scalise, 4 anni, Giuseppe Scandale 10 anni, Giuseppe Vona 3 anni e otto mesi, Romano Brizzi 4 anni e 2 mesi e Domenico Pace, 4 anni e 8 mesi.
Le assoluzioni. Nove le assoluzioni confermate nei confronti di Giuseppe Ceraudo, Giuliano Mannolo, Mario Garofalo, Carmelo Astorino, Salvatore Astorino, Massimo Carvelli, Giuseppe Garofalo Vincenzo Teti, e Domenico Ierardi. Il sostituto procuratore generale Carlo Alessandro Modestino aveva chiesto, nel corso del 10 maggio scorso pene più severe per alcuni di coloro che erano già stati condannati in primo grado e il ribaltamento delle assoluzioni in condanne, invocando la riforma in toto della sentenza emessa dal gup nel 2016.
L’inchiesta. La Dda di Catanzaro aveva smascherato una rete di favoreggiatori e di latitanti, facendo luce su una associazione di stampo mafiosa e a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Alcuni di loro avrebbero messo in atto un giro di estorsioni ai danni di imprenditori edili, agricoli e turistico alberghieri. Gli imputati, che disponevano, secondo le accuse anche di numerose armi, attraverso minacce, intimidazioni e violenze sarebbero riusciti ad imporre un vero e proprio monopolio nel settore delle costruzioni, anche in ambito privato, oltre che il racket delle castagne e dell’uva, di cui le cosche avrebbero deciso addirittura i prezzi all’ingrosso ed al dettaglio, con guadagni che superavano le centinaia di migliaia di euro.
I difensori. Nel collegio difensivo compaiono, tra gli altri, i nomi di Gregorio Viscomi, Lugi Falcone, Stefano Nimpo, Giuseppe Carvelli, Pietro Pitari, Mario Saporito, Tiziano Saporito, Sergio Rotundo, Andrea Mazza, Giovanni Scordamaglia, Enzo Cavarretta, Roberto Coscia.
