IL RACCONTO | Gli angeli, gli spiriti buoni, il juke boxe e la nutella tra Mileto e Paravati
Due vecchie foto di famiglia spuntate il lunedì dell’Angelo tra gli appunti utilizzati per alcuni libri e tutto ritorna. Siamo a Paravati di Mileto. Anno 1964. Forse prima, forse dopo, ma questo poco importa. Un fatto è certo. Il sole di primavera in quella stagione del secolo breve - in cui l’Italia aveva appena scoperto la magia del Juke-box e il gusto inebriante della Nutella - fu più presente del solito. Raggi continui illuminavano con audacia felina le case, gli orti, i volti degli uomini di ogni età e quelli dei tanti aspiranti presbiteri del locale seminario vescovile - provenienti da ogni angolo del Vibonese e dalla vicina Piana di Gioia Tauro - ordinatamente a passeggio tra Mileto e Paravati lungo la vecchia via Popilia. Una delizia quel calore altero e indomabile di quel sole in primis per i gatti in pensosa ed educata, come sempre, riflessione e per gli alberi delle campagne impigriti dal lungo inverno appena trascorso e dall’altrettanto lungo fiato grosso della natura. E fu un ristoro in quei mesi antichi, ma non troppo, quel sole infinito per gli anziani delle rughe e per le donne dall’uncinetto veloce. Una primavera luccicante che odorava d’estate e di vita immortale e che i vecchi stanchi per i tanti malanni avevano accolto come una grazia giunta direttamente dal cielo.
E fu proprio in quella stagione lontana della mia infanzia che Antonino Varone(mio padre), il maresciallo dei carabinieri in pensione Saverio Crupi e il massaro di lungo corso Annunziato Varone mi raccontarono a più riprese la storia degli spiriti buoni che erano soliti girovagare quando la sera diventava quasi notte nelle campagne circostanti e nei giardini fioriti delle nostre abitazioni di via Nazionale in cerca di frutti e di opere buone da consegnare a San Pietro che, a loro dire, era solito attendere alle porte del paradiso il ritorno degli angeli e degli altri “inviati”, quasi sempre bimbi scomparsi prematuramente, mandati sulla terra su delega di Gesù e della Madonna per svolgere le loro amorevoli mansioni. Io ascoltavo, annuivo e appuntavo nelle mia memoria, facevo anche finta di crederci o forse, a pensarci bene, ci credevo davvero.
Mio padre in quei giorni- fatti di lunghi racconti che odoravano di incenso, di lavanda e di sigarette (le mitiche ed economiche nazionali)- mi disse che due di quegli spiriti erano due suoi fratellini (Pasqualino e Fortunata, morti per via del cuore malato in tenerissima età tra il 1920 e il 1930) e che la loro presenza in questi luoghi, oltre che per raccogliere i frutti, era dovuta anche al fatto che entrambi non volevano in alcun modo staccarsi dai loro affetti terreni e, in particolare dai loro genitori Angelo e Carmela, al punto che San Pietro aveva deciso di mandarli di tanto in tanto sulla terra per premiarli della loro innata bontà che sin dal loro arrivo nel grande regno della felicità in compagnia di Gesù aveva commosso angeli e santi, compreso San Tommaso.
A Nino Varone piaceva parlare, con trasporto infinito e con dovizia di particolari, di quei suoi fratellini che erano anche soliti accompagnarlo, insieme all’Angelo custode- che è con noi in ogni momento del nostro percorso, ma specie nei momenti del buio e della sofferenza - durante le sue uscite, per proteggerlo dai turbamenti maligni e dai pericoli del cammino della vita. “Sentivo - mi diceva - la loro protettiva presenza attraverso i loro passi leggeri e al fiato corto dovuti al loro cuore spesso in affanno. Una volta - aggiunse - mentre scendevo a piedi da Mileto mi misero anche le mani sulla spalla quasi a volermi consolare di un improvviso dolore che mi aveva colpito”. Ed un’altra volta ancora sulla stessa strada “di ritorno dal cinema Virdò, dove era stato proiettato il film “Napoli milionaria”, mentre ero in compagnia del mio amico Nando Crupi, ci fecero anche un innocente scherzetto”. Quale? chiesi io. E lui mi rispose. “Ci chiamarono due volte per nome. "Nino, Nino. Nando, Nando". Noi ci voltammo. Ma loro non c’erano più”. Io ascoltavo estasiato e incuriosito e facevo finta di crederci o forse ci credevo davvero. Non lo so.
In quella curiosa primavera il maresciallo Crupi e il massaro Annunziato confermarono il racconto di mio padre, ma presi anche loro dell’arte irrefrenabile della narrazione vollero completare la storia con altri particolari facendomi notare che gli spiriti che si aggiravano negli orti di via Nazionale erano esattamente “cinque, forse sei, tutti di bambini volati via in tenera età negli anni delle malattie e della fame ” e che uno di loro era “Il figlio di una giovane mamma che non si era mai ripresa dopo la sua morte” . Aggiunsero pure che gli spiriti buoni vengono mandati in mezzo a noi per guidarci, sorreggerci e donarci tutto il loro calore.
Da quella primavera sono passati tanti anni. Alcuni lunghi ed altri “corti come giorni”.(Montale). Anni di battaglie, di luci e di ombre, di lutti, tenerezze ed affanni. Anni andati dal cui vissuto ogni tanto riaffiorano racconti antichi, ma non troppo, di angeli, di spiriti buoni, di calore, di sole, di Juke-box e di Nutella. Bastano poche parole, un suono, una foto in bianco e nero, un paesaggio, una vecchia casa, un anziano che odora di stanchezza e di memoria, un alito di vento e tutto all’improvviso ritorna.
