'Ndrangheta nel Vibonese, la Dda ricostruisce la faida (NOMI e DETTAGLI)
La ricostruzione drammatica dei giorni successivi è stata al centro della requisitoria del Pubblico ministero Andrea Buzzelli

La ricostruzione drammatica dei giorni successivi alla Strage di Ariola è stata al centro della requisitoria del Pubblico Ministero Andrea Buzzelli nel rito abbreviato del processo Habanero. L'agguato, avvenuto il 25 ottobre 2003, costò la vita a Stefano Barillaro, Giovanni e Francesco Gallace, in quella che la Direzione Distrettuale Antimafia (DDA) ritiene essere stata una vendetta orchestrata per la precedente morte di Rocco e Antonio Maiolo, un evento cruciale nel riassetto dei poteri delle cosche nelle Preserre vibonesi.
Sotto accusa per aver compiuto la mattanza figurano i fratelli Angelo e Francesco Maiolo (cl. '79), il cugino Francesco Maiolo (cl. '83) e Francesco Capomolla. Proprio per quest'ultimo, il PM Buzzelli ha richiesto la pena dell’ergastolo nel rito abbreviato.
La 'Mattanza' e la Fuga
L'accusa ha ripercorso la ferocia dell'azione e la successiva latitanza dei killer, che avrebbero beneficiato del supporto di cosche cosentine. La requisitoria si basa non solo sulle dichiarazioni della quarta persona ferita nell'agguato (per cui è intervenuta la prescrizione del tentato omicidio), ma soprattutto sui racconti dei collaboratori di giustizia.
Particolare risalto è stato dato alle dichiarazioni di Enzo Taverniti, lui stesso scampato a un agguato un mese prima della strage. Secondo il PM, Taverniti si sarebbe sfogato con un cugino, definendo l'omicidio di "tre innocenti" come un atto di tale violenza da essere "totalmente fuori di testa" e non giustificabile neanche nelle "logiche 'ndranghetiste criminali". Un commento che, per l’accusa, dimostra l’estrema efferatezza dei fatti.
La ricostruzione ha inoltre evidenziato come, subito dopo la strage, Angelo Maiolo abbia confessato il suo ruolo ad Antonio Forastefano, alias il “diavolo”, mentre si nascondeva per sfuggire agli arresti seguiti al tentato omicidio di Taverniti. Il ruolo di Capomolla sarebbe stato confermato da Taverniti stesso e da Michele Ganino, elementi cruciali per l’impianto accusatorio
