Il primo punto fermo: 125 condanne, 19 assoluzioni e 4 prescrizioni. Finisce così il primo grado del processo Aemilia, tra urla e strepiti dell'ex calciatore e campione del mondo Vincenzo Iaquinta che è stato condannato a 2 anni. La lettura della sentenza del maxi processo Aemilia è iniziata intorno alle 13 a causa del guasto al sistema di videoconferenza, che collega l'aula ai carceri italiani e ai siti riservati che ospitano i collaboratori di giustizia e alcuni degli imputati detenuti.




Erano 148 imputati, a 34 dei quali veniva contestata l’associazione mafiosa. Per altri 24 imputati si erano poi aggiunti altri reati (secondo l’accusa effettuati anche mentre erano già in carcere dopo gli arresti del 28 gennaio 2018). I giudici, dunque, hanno deciso una pena di 2 anni per Vincenzo Iaquinta: l'ex giocatore della Nazionale e della Juve era accusato di reati legati al possesso di armi, con l’aggravante di aver agevolato l’associazione mafiosa. Per lui la Dda aveva chiesto una condanna a 6 anni. Ben più severa, però, la pena per il padre, Giuseppe Iaquinta, condannato a 19 anni (quanti chiesti dai pm) per affiliazione alla 'ndrangheta. Padre e figlio, presenti durante la lettura del dispositivo (VIDEO), se ne sono andati appena sentito le pesanti condanne: "Vergogna ridicoli", hanno urlato lasciando l'aula.

"Il nome 'ndrangheta non sappiamo neanche cosa sia nella nostra famiglia - si è sfogato l'ex calciatore fuori dall'aula -. Non è possibile. Andremo avanti. Mi hanno rovinato la vita sul niente perché sono calabrese, perché sono di Cutro. Io ho vinto un Mondiale e sono orgoglioso di essere calabrese. Noi non abbiamo fatto niente perché con la 'ndrangheta non c'entriamo niente. Sto soffrendo come un cane per la mia famiglia e i miei bambini senza aver fatto niente".

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