L’omicidio e l'inizio della faida: così nacque la guerra di 'ndrangheta a Vibo
In aula la ricostruzione della Polizia: l’agguato del 2010 fu la «scintilla» che scatenò la vendetta dei Mancuso contro i Piscopisani. Una scia di sangue culminata in omicidi efferati
Non fu solo un regolamento di conti, ma il vero e proprio "punto di non ritorno". L’omicidio di Michele Palumbo, avvenuto nel 2010, viene oggi riletto nelle aule della Corte d’Assise di Catanzaro come il crocevia fondamentale della storia criminale vibonese. È da quel sangue che sarebbe scaturita la violenta contrapposizione tra l'asse Mancuso-Patania e l'emergente clan dei Piscopisani, alleati per l'occasione ai Tripodi di Porto Salvo.
Durante l'udienza, il sovrintendente di Polizia Antonello Marasco ha delineato un quadro inquietante. Palumbo, ritenuto l'emissario del boss Pantaleone Mancuso, sarebbe stato eliminato per estromettere il clan di Limbadi dal controllo di Vibo Marina e delle frazioni costiere. Sebbene quel delitto resti ancora oggi formalmente impunito — a causa delle assoluzioni giunte nel rito abbreviato — le conseguenze sul campo furono immediate e devastanti.
Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la sete di vendetta di Pantaleone Mancuso sarebbe nata proprio quel giorno. La prima reazione non si fece attendere: appena due mesi dopo, due killer a bordo di uno scooter fecero irruzione a Piscopio, aprendo il fuoco contro un bar. L'obiettivo era Rosario Battaglia, indicato dalle indagini come il possibile mandante del delitto Palumbo (accusa da cui è stato poi assolto). «Quella sparatoria fu la prima risposta di una lunga serie», ha confermato in aula il sovrintendente Marasco.
Il conflitto rischiò di degenerare ulteriormente con un piano di morte contro i Tripodi. Per l'esecuzione, secondo le rivelazioni del collaboratore di giustizia Giuseppe Comito, era stato ingaggiato un commando di siciliani. I sicari avrebbero effettuato diversi sopralluoghi a Vibo, pronti a colpire dopo aver rubato auto e scooter. Il piano saltò solo perché il gruppo venne arrestato per alcune rapine compiute in quel periodo.
Tuttavia, la tregua forzata durò poco. La faida esplose definitivamente tra il 2011 e il 2012, portando a delitti clamorosi come quello di Fortunato Patania e la successiva "risposta" con l'esecuzione di Davide Fortuna, freddato sotto gli occhi dei bagnanti sulla spiaggia di Vibo Marina. Un mosaico di violenza il cui tassello principale, secondo la Polizia, resta quel corpo a terra nel 2010: l'inizio di una guerra che ha ridisegnato i confini del potere criminale nella provincia.
