Scuola, Spirlì a confronto con insegnanti e genitori "Mi è stata augurata la morte"
Il presidente facente funzioni della Regione Calabria, Nino Spirlì, non intende arretrare di un metro sulla questione scuola. La sua ordinanza, la numero 4, entrata in vigore dal 1 febbraio, che dispone la didattica in presenza al 50% e la didattica digitale integrata per tutti gli studenti delle scuole superiori le cui famiglie ne abbiano fatto esplicita richiesta, continua a creare discussioni. Le fazioni si sono subito schierate le une contro le altre. Da una parte i sostenitori della didattica in presenza, del diritto allo studio e alla socialità dei ragazzi, dall’altra i sostenitori della didattica a distanza, del diritto alla salute prima che allo studio e della salvaguardia dei contatti stretti e diretti dei ragazzi.
Le minacce a Spirlì. Che il limite della civiltà e del decoro tra i sostenitori dell’una e dell’altra fazione, sia ormai stato superato, lo testimoniano le minacce giunte a Spirlì riportate dallo stesso nel corso di un incontro con alcuni enti, tra cui l’Ufficio Scolastico regionale, per discutere sull’argomento e ascoltare il parere di insegnati, genitori, dirigenti scolastici e anche studenti che hanno avuto la possibilità di interagire in diretta. “Mi hanno augurato di tutto, che io possa crepare, che possa morire mia mamma, la mia famiglia, che mi ammazzi Dio."
"Le ordinanze non si firmano a cuor leggero". In remoto hanno preso la parola rappresentanti del mondo della scuola esponendo i propri punti di vista a sostegno o contro l'ordinanza regionale sulla scuola. Qualcuno ha criticato a Spirlì di non aver pensato a render sicure le scuole invece di chiuderle, altri ne hanno lodato l'iniziativa e la volontà di non aprire indiscriminatamente. "Le ordinanze non si firmano a cuor leggero - hi ribadito il presidente- si ascoltano i pareri degli esperti e si valutano i dati. Questa ordinanza è democratica, ha accolto le richieste di tutti, lasciando ai genitori la possibilità di scegliere, di decidere cosa fare. È un’ordinanza che impone a tutti, a tutti i livelli, di assumersi una certa dose di responsabilità che evidentemente qualcuno non vuole prendersi. Le sentenze si accettano, anche se non le si condivide, e non abbiamo potuto decidere per il pugno duro come avremmo voluto".
