Mafioso e...genitore: due "mestieri" forse inconciliabili
Se ne è discusso al Senato. A relazionare la deputata calabrese Enza Bruno Bossio, membro della commissione antimafia, che ha analizzato i casi di Coco e Denise
“Mafia e responsabilità genitoriale”. Come lo Stato deve impedire che i più piccoli subiscano soprusi legati al contesto socio-ambientale nel quale sono costretti a vivere? Fino a che punto un mafioso o uno ‘ndranghetista possono mantenere le proprie funzioni di padre, madre e nel caso del povero Cocò, di nonno? Se ne è discusso questa mattina in un convegno tenutosi nella Sala Koch del Senato della Repubblica a Palazzo Madama. La disamina dei relatori ha preso le mosse dal recente orientamento giurisprudenziale del tribunale dei minorenni di Reggio Calabria. A relazionare sul tema, oltre che varie autorità politiche, istituzionali ed esperti del settore – a cominciare dal presidente del Senato Pietro Grasso passando per Francesco Maria Greco, Marilina Intrieri, Roberto Di Bella, il procuratore della Repubblica di Reggio Calabria Federico Cafiero de Raho, il procuratore di Firenze Giuseppe Creazzo – la calabrese Enza Bruno Bossio, parlamentare del Pd, nonché componente della commissione parlamentare antimafia. L’attenzione della deputata cosentina si è focalizzata sulla responsabilità del legislatore. La sua analisi ha preso le mosse “dalla recente riforma che ha accolto – ha riferito – una nuova idea: quella di passare dalla potestà alla responsabilità genitoriale”. La nuova frontiera in questo settore è costituita dal tentativo di “riconoscere diritti e doveri – ha asserito la deputata bruzia – di figli e genitori”.
Chiaro l’intento: “Focalizzare l’attenzione sulla soggettività del minore”. In sostanza, “l’educazione dei figli- ha evidenziato Bruno Bossio - non dovrà essere a libero arbitrio dei genitori”. Un concetto ben espresso sia dall’art. 30 della magna charta costituzionale che dall’art. 107 del Codice civile.
Entrando in medias res, la parlamentare ha rammentato come “la decadenza della potestà genitoriale sia più difficile “per minori che vivono in contesti mafiosi”. Per non parlare di quelli specificatamente ‘ndranghetistici. “Questi ultimi, infatti, non trascurano le proprie responsabilità materiali di accadimento della prole – è stato spiegato – ma le interpretano secondo un loro codice”. Come dire, “attraverso una primigenia forma di indottrinamento, essi avviano quello che a tutti gli effetti è un processo di affiliazione”. E se è vero che le prime a ribellarsi sono le donne, risulta altrettanto innegabile che “fin quando ciò non accade – ha puntualizzato la Bruno Bossio – sono proprio loro a proteggere quel sistema valoriale”.
Emblematico il caso del povero Coco Campolongo. Un bimbo la cui vita avrebbe potuto forse essere salvata qualora non si fosse trovato in compagnia delle persone sbagliate al momento sbagliato. In questi casi un ruolo significativo dovrebbe essere rivestito dai servizi sociali. “Servirebbe – ha chiosato la Bruno Bossio – una metodologia di lavoro che mettesse al centro la rete associativa e culturale; sarebbe necessario un tentativo di promuovere iniziative non strettamente giudiziarie, ma a supporto della condizione familiare”. Il caso di Denise, in tal senso, è un’altra faccia della stessa medaglia. Con la madre, Lea Garofalo costretta ad abbandonare la figlia per dare almeno a lei una chance, un futuro, pur a costo della propria vita. (t.f.)
