'Ndrangheta, omicidi e certificati medici falsi. Dodici pentiti rischiano il processo
Una valanga di reati vengono contestati a coloro che erano considerati icapi, gregari, e affiliati alla cosca Giampà, attualmente pentiti
di GABRIELLA PASSARIELLO
Associazione a delinquere di stampo ‘ndranghetistico, omicidi tentati e consumati, furti, una serie di rapine, detenzione illegale di armi comuni e da guerra, varie ipotesi di fraudolento danneggiamento di beni assicurati, ricettazione, corruzione per un atto contrario ai doveri di ufficio, una lista infinita di ipotesi di estorsione. Ben 120 i capi di accusa formulati dal sostituto procuratore della Dda di Catanzaro Elio Romano che ha chiesto il rinvio a giudizio per tredici indagati, dodici dei quali collaboratori di giustizia, considerati capi, gregari, sodali, affiliati alla cosca Giampà. Si tratta di Giuseppe Giampà, Angelo Torcasio, Saverio Cappello, Rosario Cappello, Giuseppe Cappello, Francesco Vasile, Battista Cosentino, Luca Piraina, Francesca Teresa Meliadò, Vincenzo Ventura, Giuseppe Catroppa, Pasquale Catroppa, tutti collaboratori di giustizia e Francesco Mario Meliadò, considerato dalla cosca il "latore dei pizzini" (che Giuseppe Giampà di volta in volta faceva veicolare ai propri affiliati).

L’associazione a delinquere. Torcasio, Cosentino, Saverio, Rosario e Giuseppe Cappello, Piraina e Francesco Mario Meliadò sono accusati di aver partecipato all’associazione a delinquere di stampo ‘ndranghetistico diretta da Francesco Giampà, “U Prufessura”, capo riconosciuto del locale di Nicastro, detenuto ma ancora in grado di impartire ordini e direttive dal carcere agli affiliati tramite i congiunti e considerato capo indiscusso della cosca Giampà a partire dal 2004, un clan dentro il quale orbitano le famiglie dei Notarianni e dei Cappello- Arcieri. Un cosca alleata con le associazioni criminali dei Iannazzo di Sambiase, degli Anello di Filadelfia, dei Bellocco di Rosarno, con ramificazioni a Giussano e zone limitrofe, con un gruppo di ‘ndrangheta capeggiato da Antonio Stagno, nipote diretto del professore, inserito a pieno titolo nella cosca Giampà, quale punto di riferimento del clan a Giussano e nella provincia di Milano- Brianza, soprattutto per l’approvvigionamento di armi e cocaina.
Gli omicidi. Nella richiesta di rinvio a giudizio, il sostituto procuratore della distrettuale Elio Romano, attribuisce ad Angelo Torcasio (nella foto) il ruolo di esecutore materiale dell’assassinio di Giuseppe Torcasio, soprannominato il “ciucciaro” freddato con sei colpi di arma da fuoco mentre si trovava nella sua auto nei pressi del centro commerciale “I Pini”, dove la vittima stava aspettando moglie e figlio. Il mandante di quell’omicidio, per l’accusa, è Pasqualino Torcasio, detto “Bonsai”, che voleva vendicare la morte del fratello Antonio Torcasio, 53 anni, ucciso per mano di Giuseppe Torcasio. Ma Angelo Torcasio in concorso con Giuseppe Giampà e Saverio Cappello è accusato anche dell’omicidio di Domenico Zagami, affiliato al clan rivale dei Cerra- Torcasio- Gualtieri. Angelo Torcasio, avrebbe avuto il compito di trovare un appoggio logistico per i killer e fungere da “vedetta” per scrutare i movimenti della vittima, dando il segnale di morte, eseguito poi da Saverio Cappello e Giuseppe Giampà che hanno sparato sei, sette colpi di arma da fuoco contro Zagami, stramazzato al suolo dopo aver tentato invano la fuga. La lunga lista degli omicidi contestati dalla Procura distrettuale di Catanzaro e che ha portato alla richiesta di rinvio a giudizio degli indagati non finisce qui. Giuseppe Giampà deve rispondere dell’omicidio di Giovanni Gualtieri, esponente della cosca Torcasio- Gualteri- Cerra. In concorso con altre persone avrebbe organizzato e pianificato il delitto e sarebbe stato il materiale fornitore delle armi usate per uccidere la vittima. A vario titolo agli indagati vengono anche contestate le accuse degli omicidi di Francesco Zagami, fratello di Domenico, anche lui giustiziato dalla cosca Giampà, di Pietro Pulice, il cui corpo dopo essere stato ucciso, venne dato alle fiamme, di Filippo Pantano, di Antonio Deodato, del duplice omicidio di Vincenzo Spena e Domenico Vaccaro, uccisi con quindici colpi di arma da fuoco. E ancora l’omicidio di Federico Gualtieri, di Bruno Cittadino, di Roberto Amendola e Giuseppe Chirumbolo.
Le estorsioni. Usando il nome dei Giampà gli indagati, secondo le ipotesi di accusa, avrebbero messo a segno una serie di atti estorsivi ai danni di diversi imprenditori. Vincenzo Ventura avrebbe preteso una somma di circa duemilacinquecento euro da Giglio “G22”, Franca Teresa Meliadò avrebbe ottenuto dall’imprenditore Barbera uno sconto forzato del 50% sull’abbigliamento al di là dei saldi di fine stagione, stesso copione utilizzato da Francesco Mario Meliadò, sull’estorsione ai danni dei negozi Artusa e Marvin. E per chi provava a ribellarsi la ritorsione era assicurata con auto e locali incendiati. E’ il caso del gioielliere Caputo, che rifiutandosi di praticare sconti non dovuti al clan Giampà, si è ritrovato l’auto in fiamme.
False perizie e certificati medici fasulli. Esisteva un meccanismo all’interno della cosca Giampà per ottenere l’indennizzo da un’assicurazione. Un meccanismo di cui alcuni indagati facevano largo uso, con la complicità di agenti assicurativi e camici bianchi. Era sufficiente denunciare un incidente mai avvenuto e falsificare la relativa documentazione per ottenere dalle assicurazioni un risarcimento una volta di 4mila, un’altra di 5mila, un’altra ancora di 10mila euro. Giuseppe Giampà (nella foto) sarebbe riuscito a mettersi in tasca certificati medici attestanti una serie di patologie fasulle per incidenti inesistenti con tanto di referto del pronto soccorso e certificati di visita ortopedica all’ospedale di Lamezia.
