Per gli inquirenti, insieme al fratello Pasquale è ai vertici dell'omonima storica 'ndrina di Sant'Onofrio uscita vincitrice dallo scontro con la famiglia Petrolo

Non è la prima volta che Domenico Bonavota si rende latitante. Era già successo nell’ottobre 2007 per sfuggire all’operazione antimafia “Uova del drago” dove gli veniva contestata l’accusa di essere fra i mandanti dell’omicidio dl boss di Maierato, Raffaele Cracolici, ucciso a Pizzo nel maggio 2004, e di essere fra i promotori di un’associazione mafiosa con sede a Sant’Onofrio. Gli inquirenti lo pongono, insieme al fratello Pasquale, al vertice della storica ‘ndrina di Sant’Onofrio uscita vincente dallo scontro con i Petrolo. Il bastone del comando nel territorio di Sant’Onofrio, i fratelli Bonavota lo avrebbero ereditato dal padre Vincenzo (stroncato da un infarto nel novembre del 1998), mentre la zona di Maierato, dopo l’eliminazione del boss Raffaele Cracolici, detto Lele Palermo (avvenuta il 4 maggio 2004), sarebbe stata concordemente divisa fra i Bonavota ed il boss Rocco Anello di Filadelfia.

Domenico Bonavota

Uccel di bosco fino al 2008. La latitanza per l’operazione “Uova del drago” viene stroncata dalla polizia solo nell’agosto del 2008 quando Domenico Bonavota viene arrestato in spiaggia a Voltri, nel ponente di Genova, insieme ad Antonio Patania, pure lui di Sant’Onofrio e pure lui ricercato per l’operazione antimafia “Uova del drago”. Genova, fra l’altro, è la città di residenza di Onofrio Garcea, originario di Pizzo Calabro, imparentato con i Bonavota e noto alle cronache per il coinvolgimento in diverse inchieste antimafia e contro l’usura.

L'iter processuale. Condannato in primo grado a 5 anni per associazione mafiosa, Domenico Bonavota è stato assolto in appello insieme agli altri quattro imputati. Dopo un annullamento con rinvio ad opera della Cassazione il 30 giugno scorso la prima sezione della Corte d’Assise d’Appello di Catanzaro, presieduta dal giudice Antonio Saraco (giudice consigliere Domenico Commodaro), ha nuovamente assolto con la formula “per non aver commesso il fatto” i cinque principali imputati del processo (Domenico e Pasquale Bonavota, Francesco Fortuna, Onofrio Barbieri e Antonio Patania) nato dall’operazione antimafia denominata “Uova del drago” scattata nell’ottobre 2007 con il coordinamento del pm della Dda di Catanzaro, Marisa Manzini, su indagini condotte dai carabinieri del Nucleo Operativo e Radiomobile della Compagnia di Vibo Valentia comandati all’epoca dal tenente Marco Montemagno.

Raffaele Moscato

Racconti del pentito. Sul conto di Domenico Bonavota e sull’omonimo clan di Sant’Onofrio, il collaboratore di giustizia Raffaele Moscato di Vibo Marina (killer del clan dei Piscopisani) ha di recente messo a verbale che "on i Bonavota, dopo la morte di Francesco Scrugli avvenuta a marzo 2012 non abbiamo fatto più nulla. Del gruppo dei Bonavota fanno parte: il capo Domenico Bonavota detto "Mimmo" che ha 33-35 anni; Domenico Cugliari detto "Micu i Mela" che ha circa 55 anni; Francesco Fortuna; Basilio Caparrotta, Tonino Patania, Salvatore Bonavota; Barbieri detto "Padre Pio" ma so che ha anche un altro soprannome, gli altri non li ricordo. Loro prendono estorsioni sul territorio di loro competenza che è quello di Sant'Onofrio, la zona industriale di Maierato e Pizzo”. Proprio in una villetta a Pizzo, infatti, nel febbraio 2001 gli investigatori hanno arrestato il latitante cosentino Michele Bruni “ospite” di un affiliato dei Bonavota. Michele Bruni è figlio di Francesco, inteso come “Bella-Bella”, assassinato nel luglio del '99 a pochi passi dal carcere di via Popilia a Cosenza, ed anche fratello di Luca Bruni, ucciso il 3 gennaio 2012. Raffaele Moscato sul conto dei Bonavota ha poi aggiunto agli inquirenti: “Si è sempre detto negli ambienti criminali che i Bonavota, nel Vibonese, sono quelli che hanno più legami di tutti con le altre famiglie, più dei Mancuso; hanno legami in tutta Italia e anche in Canada dove loro andavano”.

Talitha Kum. Attualmente Domenico Bonavota è imputato dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia insieme allo zio Domenico Cugliari, 57 anni, detto “Micu i Mela”, ed a Giuseppe Barbieri, nel processo nato dall’operazione antimafia denominata “Talitha Kum” avviata dall’allora pm della Dda di Catanzaro, Giampaolo Boninsegna. In tale processo vengono contestate una serie di estorsioni e danneggiamenti aggravati dal metodo mafioso, con gli imputati che avrebbero tagliato nel 2011 mille alberi di ulivo della cooperativa “Talitha Kum” dinanzi al rifiuto di uno dei titolari di cedere gratis al clan Bonavota 500 litri di olio all’anno. Il titolare della cooperativa sarebbe stato poi costretto a cedere un terreno al clan. Della cooperativa, oltre a Pietro Lopreiato, principale vittima delle pretese dei clan, facevano parte pure due sacerdoti: don Salvatore Santaguida, e don Domenico Muscari, parroco di San Nicola da Crissa, altro centro del Vibonese. La cooperativa aveva fra le finalità anche la gestione di terreni confiscati alla mafia ed era nata con un progetto finanziato dalla diocesi per lo sviluppo dell’imprenditoria giovanile nel meridione. (g.b.)