Giuseppe Lupo è scrittore e professore ordinario di Letteratura italiana contemporanea all’Università Cattolica di Milano e Brescia. Autore di romanzi significativi – da La sposa di Palmira a Gli anni del nostro incanto, fino a Breve storia del mio silenzio e Tabacco clan– Lupo è anche un raffinato saggista, studioso di Olivetti, della letteratura industriale e delle utopie del Novecento. Tra i riconoscimenti più significativi ricordiamo i premi “Giuseppe Berto”, “Mondello”, “Prix du premier roman” (2001–2002, L’americano di Celenne), il “Grinzane-Carical”, il premio “Carlo Levi” (La carovana Zanardelli, 2008) . “Selezione Campiello”, “Vittorini” (L’ultima sposa di Palmira, 2011) . il premio “Giuseppe Dessì” (Viaggiatori di nuvole, 2013). E ancora i Premi “Alassio-Centolibri”, “Palmi”, “Frontino-Montefeltro” (L’albero di stanze, 2015-2016), il premio “Viareggio – Repaci”, premio “Alvaro”, “Padula” (Gli anni del nostro incanto, 2018). Di recente Giuseppe Lupo ha vinto anche il “Premio Friuli Venezia Giulia” (2025) .

Giuseppe Lupo emerge come figura poliedrica: accademico rigoroso, narratore sensibile, raffinato saggista e intellettuale è attivo nel dibattito culturale contemporaneo. La sua opera attraversa geografie immaginarie e reali, intrecciando memoria individuale e collettiva, civiltà industriale e letteratura.

Il suo ultimo lavoro, Storia d’amore e macchine da scrivere (Marsilio, 2025), è un romanzo che intreccia memoria, tecnologia e poesia, portando in scena il misterioso “Vecchio Cibernetico” e la sua macchina mitica: Qwerty. Una storia tenera e sorprendente, che ci invita a riflettere sul rapporto tra esseri umani e macchine, e ci ricorda che dietro ogni tasto premuto si nasconde sempre la voce irripetibile di chi scrive.

Il libro è diviso in due parti complementari. La prima, intitolata Tastiera ungherese, è ambientata a Skagen, nella Danimarca settentrionale, dove la luce del solstizio d’estate fa da cornice all’incontro tra il giovane inviato del Modern Times, Salante Fossi, e il protagonista assoluto della vicenda: il Vecchio Cibernetico.

Nella seconda parte, Tastiera occidentale, ambientata a Cabo da Roca in Portogallo e scandita dal modello della tastiera occidentale, la narrazione si apre ulteriormente, intrecciando i destini individuali con la grande storia del Novecento.

Il Vecchio Cibernetico è un ingegnere ungherese di novantacinque anni, lucido e al tempo stesso svagato, straordinario vegliardo, custode di una formidabile invenzione. Attraverso i ricordi frantumati della sua memoria — fatta di omissioni, divagazioni e improvvise illuminazioni — racconta la sua fuga da Budapest durante l’insurrezione del 1956. È un viaggio che attraversa Praga, Milano, Ivrea (luogo simbolico legato all’universo Olivetti), fino a giungere a Palo Alto, in Portogallo. A condividere questo percorso, due presenze costanti: una misteriosa donna, che diventerà sua moglie (e che oggi è presenza e assenza, Ann Lou) e la sua inseparabile Olivetti Lettera 22, compagna fedele e simbolica di ogni tappa del cammino.

Quello che prende forma è una lunga e complessa intervista, nella quale Salante Fossi cerca di strappare al Cibernetico la verità su un’invenzione che potrebbe cambiare il destino dell’umanità. Ma il racconto non procede in linea retta: il vecchio maestro dilaziona, si perde e si ritrova, legge antiche lettere mai inviate, mescola confessione e digressioni, fino a costruire una trama rapsodica che non è solo la sua autobiografia, ma anche una parabola sul secolo scorso, sulle sue utopie, le sue contraddizioni e i suoi fallimenti.

Il romanzo è arricchito dalle illustrazioni di Lorenzo Fossati, che riproducono le tastiere — prima quella ungherese, poi il modello Qwerty — trasformando la pagina in un luogo dove scrittura e immagine dialogano tra loro. La tastiera stessa diventa simbolo potente: dispositivo tecnico, certo, ma anche metafora della memoria, della lingua e dell’identità. Un codice che ordina il caos del pensiero e lo traduce in parola, proprio come la letteratura.

Alla fine, in un epilogo che non è possibile qui rivelare, si scoprirà che la macchina ideata dal Vecchio Cibernetico è molto più di ciò che Salante, e noi lettori insieme a lui, avremmo potuto immaginare. Una rivelazione che porta la storia oltre i confini della tecnologia e apre domande universali sull’uomo, sul futuro e sulla responsabilità etica dell’innovazione.