Le “mangiate di ’ndrangheta”, ma anche le assenze calcolate per evitare di finire in manette. È il quadro tracciato nel processo “Propaggine”, nato dall’inchiesta della Dda di Roma contro il locale di ’ndrangheta nella Capitale.

Il pm Giovanni Musarò, durante la requisitoria, ha ricordato la “mangiata” dell’ottobre 2017: «Si parla della presenza di Francesco Cutrì che dopo pochi giorni si sarebbe costituito. E poi Pasquale Vitalone sul quale va fatto un inciso». Vitalone, ha spiegato, «fu condannato per associazione mafiosa nell’operazione “Prima” dopo essere stato trovato in un circolo di Sinopoli insieme ad altri affiliati».

Da qui la scelta di non presentarsi al banchetto. «Si capisce che Pasquale Vitalone non è andato alla mangiata per questo motivo e ne aveva ben d’onde», ha detto Musarò. A confermarlo le parole di Antonio Carzo: «Se loro cominciano a fare il giro di tutti questi che ci incontriamo, ci arrestano a tutti e poi quando ci danno il 416 ce la fanno vedere brutta!».

In aula è emersa anche una conversazione del febbraio 2018 che svelerebbe l’esistenza di una “talpa” tra le forze dell’ordine. «Versace parla con Antonio e Domenico Carzo e dice: “ha detto che c’è una grossa indagine con i calabresi, proprio voi altri, cioè quelli degli Alvaro”».

Per Musarò si tratta di «una dichiarazione auto ed etero accusatoria micidiale». E aggiunge: «Peccato che non abbiamo scoperto chi è questo del Gico infedele... le informazioni che fornisce sono molto precise. Tutte informazioni assolutamente esatte».