Nel giugno 2020, un’operazione coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia di Torino aveva portato a dodici ordinanze di custodia cautelare per associazione di stampo mafioso e traffico di droga. Per la prima volta, in provincia di Cuneo, a Bra, veniva accertata la presenza di una “locale” di ‘ndrangheta, riconducibile alla famiglia Luppino di Sant’Eufemia d’Aspromonte, nel Reggino. La cosca, guidata dai fratelli Salvatore, Vincenzo e Carmelo Luppino, risultava collegata alla potente famiglia Alvaro di Sinopoli.

L’attività principale della cosca era il traffico di cocaina, motivo per cui la Corte d’Appello di Torino aveva condannato i fratelli Luppino non solo per associazione mafiosa aggravata dall’uso delle armi (art. 416 bis c.p.), ma anche per associazione finalizzata al traffico di stupefacenti (art. 74 DPR 309/90), oltre che per spaccio e ricettazione.

Le pene inflitte erano state:
Vincenzo Luppino: 19 anni e 4 mesi;
Salvatore Luppino: 18 anni e 1 mese;
Carmelo Luppino: 10 anni.

L'inchiesta aveva inoltre rivelato gli agganci della cosca all’interno della pubblica amministrazione e delle forze dell’ordine. Erano stati indagati a piede libero tre carabinieri (due in servizio a Bra e uno a Villa San Giovanni, in Calabria), due agenti della Polizia Penitenziaria del carcere di Saluzzo e un impiegato pubblico. Ai militari erano contestate, a vario titolo, accuse di favoreggiamento e rivelazione di segreti d’ufficio con l’aggravante mafiosa, mentre agli agenti penitenziari la corruzione con la stessa aggravante.
L’inchiesta aveva coinvolto anche il nome di Massimo Borrelli, assessore braidese del Partito Democratico, inizialmente indagato per voto di scambio, ma poi prosciolto a seguito di archiviazione della Procura. Borrelli, comunque, si era dimesso dopo l’avviso di garanzia.

Tra le intercettazioni era emerso anche un riferimento a "Cheese", una delle principali rassegne enogastronomiche italiane che si tiene ogni due anni a Bra. Secondo le indagini, i fratelli Salvatore e Vincenzo Luppino erano percepiti come figure in grado di influenzare l’assegnazione di stand e spazi espositivi all’interno della manifestazione.

Oltre ai Luppino, erano stati condannati anche:
Giuseppe Sganga, a 7 anni e 3 mesi (inizialmente latitante in Georgia e poi arrestato all’aeroporto di Orio al Serio); Gerardo Infante, carabiniere “infedele”, a 10 mesi; Vincenzo Gatto, carabiniere, a 4 mesi.

Il verdetto della Cassazione
Accogliendo la tesi difensiva degli avvocati Maria Angela Borgese (difensore di Vincenzo Luppino), Renato Cravero (difensore di Salvatore e Carmelo Luppino), e Giuseppe Marra e Pietro Fusca (difensori di Gerardo Infante), la Corte di Cassazione – Prima Sezione Penale ha emesso il seguente verdetto:
Annullata con rinvio la sentenza della Corte d’Appello di Torino per Vincenzo, Salvatore e Carmelo Luppino, relativamente all’accusa di associazione finalizzata al narcotraffico (art. 74 DPR 309/90);
Annullata con rinvio la condanna per Carmelo Luppino anche in merito all’associazione mafiosa (art. 416 bis c.p.); Annullata senza rinvio la condanna per Gerardo Infante per il reato di rivelazione di segreti d’ufficio (art. 326 c.p.);

Confermate le altre condanne.

La sentenza apre ora la strada a un nuovo processo d’appello per ridefinire le responsabilità di alcuni degli imputati.