’Ndrangheta, deposizione choc al processo: il testimone ritratta e dice “Forse ho mentito” (NOMI)
Udienza tesa nel procedimento sui presunti legami della ’ndrangheta. L'ex imprenditore cambia versione più volte davanti ai pm. La Procura chiede ora di acquisire telefonate e colloqui dal carcere
Si è svolta in un clima carico di tensione e incertezza la deposizione di Rosario Marchese nel processo in corso al Tribunale di Brescia sulle presunte infiltrazioni della ’ndrangheta a Flero, riconducibili — secondo l’accusa — al gruppo Tripodi.
L’ex imprenditore siciliano, già coinvolto in precedenti vicende giudiziarie e attualmente detenuto, ha inizialmente tentato di non rispondere alle domande, salvo poi essere invitato dalla Corte a deporre in qualità di testimone. Da quel momento l’esame si è sviluppato tra continui vuoti di memoria, risposte evasive e frequenti contraddizioni rispetto alle dichiarazioni rese in passato agli investigatori.
Più volte Marchese ha sostenuto di non ricordare episodi, persone o circostanze già affrontate nei precedenti interrogatori. “È passato troppo tempo”, “non saprei dire” e “non ricordo” sono state le espressioni ricorrenti durante l’udienza, soprattutto quando i pubblici ministeri hanno cercato di approfondire i suoi presunti rapporti con ambienti legati alla famiglia Tripodi di Flero.
Nel corso della deposizione, il teste ha anche messo in dubbio quanto dichiarato negli anni precedenti, arrivando ad affermare di poter aver “inventato” alcuni particolari o addirittura di aver mentito in passato. Frasi che hanno contribuito ad aumentare le perplessità dell’accusa sulla credibilità della testimonianza.
I magistrati hanno insistito in particolare su alcuni episodi considerati centrali nell’inchiesta, tra cui presunti rapporti con esponenti del sodalizio e vicende collegate ad aggressioni e intimidazioni che Marchese avrebbe subito. Tuttavia le risposte fornite sono apparse spesso frammentarie o incoerenti, tanto da indurre la Procura a interrompere l’esame.
Al termine dell’udienza, i pm hanno chiesto di acquisire le registrazioni delle telefonate e dei colloqui avuti dal testimone durante la detenzione, con l’obiettivo di verificare eventuali pressioni esterne o elementi utili a chiarire il mutamento delle sue dichiarazioni.
La deposizione, ritenuta poco lineare dagli inquirenti, lascia aperti diversi interrogativi sull’impianto accusatorio e sul ruolo del teste nel procedimento. Il processo riprenderà il prossimo 4 giugno con l’audizione di un collaboratore di giustizia.
