Gli studenti della scuola "Murmura" di Vibo premiati a Roma (VIDEO)
Gli studenti della scuola "Murmura" di Vibo Valentia, guidata da Tiziana Furlano, hanno dimostrato ancora una volta il loro impegno e la loro creatività, portando onore alla propria città e alla propria scuola. Recentemente, una classe è stata premiata a Roma presso la prestigiosa Camera dei Deputati, in occasione di un concorso dedicato alle vittime del lavoro e del dovere.
Il progetto presentato dai giovani vibonesi ha suscitato grande ammirazione e apprezzamento, poiché si è distinto per la sua originalità e profondità. Incentrato sulla letteratura e sull'arte, ha saputo coniugare la sensibilità artistica con una riflessione significativa sul tema delle vittime del lavoro e del dovere, nello specifico chi si è battuto per la legalità anche a costo della vita. (CONTINUA IN BASSO)

Di seguito il testo prodotto dai ragazzi:
Tra i cieli di Dante, la luce di Klimt e Dalì…i calabresi che hanno dedicato la vita a giustizia e legalità
L’articolo 4 della Costituzione della Repubblica italiana sancisce: “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto. Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.”
Primo Levi, nel suo libro “La chiave a stella” affermava: “Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l’amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione concreta alla felicità sulla terra”.
Ed è questa l’emozione che ebbero il privilegio di provare, sia pure per un tempo minore di quello che sarebbe loro spettato, alcune eroiche figure di magistrati italiani, che abbiamo avuto l’onore di conoscere attraverso questa attività. Personalità d’eccezione, che sacrificarono sé stessi, la loro vita, i loro affetti e la loro professionalità al servizio dello Stato e nella speranza di una piena attuazione dei diritti Costituzionali.
Grandi figure di donne e uomini, consacrati al culto di eroi per la grandezza del sacrificio che erano consapevoli di dover affrontare. Conoscevano il rischio che correvano, eppure non si voltarono dall’altra parte, non risposero alla loro chiamata con l’indifferenza. Plasmarono la loro vita professionale sul senso di responsabilità e si ispirarono all’impegno e al dovere nel loro lavoro di custodi della legalità.
Abbiamo scelto di rappresentare i magistrati uccisi dalle mafie e dal terrorismo all’interno dell’albero della vita di Klimt, simbolo del ciclo della vita e della connessione tra cielo e terra. Mani criminali, incoscienti del valore sacro della vita, hanno profanato il loro corpo, riducendolo al silenzio, ma le loro idee non sono passate invano, hanno generato nuova linfa, che dà quotidianamente vita a personalità che si ispirano ai loro principi di giustizia e legalità, che a loro volta generano la speranza di costruire una società civile solida, in cui non ci sia spazio per le associazioni criminali.
Il nostro lavoro nasce dalla consapevolezza che l’arte e la letteratura hanno un alto potere: educare sé stessi alla bellezza e quindi coltivare la sensibilità, il rispetto per gli altri e per il mondo in cui viviamo, la capacità di pensare in modo libero. Tutti elementi indispensabili per costruire società giuste e pacifiche.
Gli antichi chiamavano studia humanitatis queste discipline, perché sono ciò che ci contraddistingue come umanità e quindi come esseri pensanti. Perciò l’arte, la musica, la scienza, la poesia sono ricchezze, create dagli esseri umani per proteggere sé stessi nei momenti in cui sembrano prevalere la barbarie e la distruzione. Esse ci ricordano ciò che affermò Ulisse nel canto XXVI dell’Inferno:
“Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza.”
In questo nostro percorso abbiamo scelto di leggere la vita e la morte delle vittime del dovere in chiave artistica. Abbiamo accostato queste grandi figure di donne e uomini a quei giganti dell’arte e della letteratura che, con le loro creazioni, ci ricordano quotidianamente che gli esseri umani esistono per lasciare un segno improntato all’armonia, alla bellezza e alla giustizia, per essere costruttori di pace e non seminatori di morte. Abbiamo riletto le opere di Klimt, Dalì e Dante in chiave attuale, per riscoprire in esse messaggi validi in ogni tempo e in ogni luogo.
Abbiamo scelto di rappresentare questi eroi del nostro tempo nelle vesti degli spiriti giusti che Dante colloca nel Paradiso. La frase, scelta dal poeta fiorentino a rappresentare l’avventura terrena delle anime combattenti in nome della giustizia, incarna perfettamente l’ideale seguito da tutti coloro che sono morti in nome del dovere e del senso di responsabilità: “Diligite iustitiam qui iudicatis in terram”.
Abbiamo poi, anche se a malincuore, ristretto la nostra ricerca perché sarebbe stata un’impresa titanica riuscire ad approfondire ogni figura come merita e ci siamo concentrarti sulla storia delle quattro figure di magistrati a noi conterranee: i Giudici Ferlaino, Calvosa, Scopelliti e Daga. Quattro figli della Calabria che con la loro vita, sugellata da una morte eroica, dimostrano che la Calabria non deve essere ricordata solo per la mostruosità delle associazioni criminali, ma per la grandezza umana e professionale di alcuni suoi figli indimenticabili.
Il dipinto che riproduce “La Porta del Paradiso” di Salvador Dalì è dedicato al Giudice Francesco Ferlaino, assassinato da sicari appartenenti alla ‘ndrangheta il 3 luglio del 1975 mentre rientrava a casa per il pranzo. I suoi familiari e quanti ebbero l’onore di conoscerlo ricordano un uomo colto, un fine latinista, un amante della musica e dei classici, un religioso fervente.
La nipote Marina, nel raccontare la sua storia in un’intervista concessa al Quotidiano del Sud, non dimentica di citare la sua passione per la musica, il legame con la terra che mai abbandonò, la sua determinazione e il suo senso del dovere verso lo Stato. Lo ricorda raccontando: “Lui la mattina andava prima in chiesa e poi in tribunale. Aveva una fede profonda.”
È per questo motivo che per lui abbiamo scelto alcuni versi danteschi del canto XIV del Paradiso, dedicato agli spiriti militanti. Se la Divina Commedia fosse popolata da personaggi appartenenti al XX secolo, sicuramente Dante identificherebbe gli spiriti militanti in coloro che hanno dato la loro vita in nome della giustizia. E il Giudice Ferlaino si rivolgerebbe al pellegrino Dante con le parole:
“Con tutto ‘l core e con quella favella
ch’è una in tutti, a Dio feci olocausto,
qual conveniesi a la grazia novella.
E non er’anco del mio petto essausto
l’ardor del sacrificio, ch’io conobbi
esso litare stato accetto e fausto.”
Per raccontare la storia del giudice Fedele Calvosa, ucciso a Pratica dalle Formazioni Comuniste Combattenti l’8 novembre 1978, abbiamo scelto il dipinto di Dalì raffigurante il canto XV del Paradiso. Qui Dante incontra il suo avo Cacciaguida, che gli parla, tra le altre cose, della sua morte avvenuta combattendo per la fede.
Se Dante avesse scritto oggi il Paradiso, certamente lo avrebbe popolato delle anime di coloro che hanno sacrificato la vita per la giustizia e le stesse parole pronunciate da Cacciaguida potrebbero essere ribadite dal Giudice Calvosa:
“Quivi fu’io da quella gente turpa
disviluppato dal mondo fallace,
lo cui amor molt’anime deturpa;
e venni dal martiro a questa pace”.
Il Dipinto dedicato al Giudice Scopelliti rappresenta il canto XIV del Paradiso, luogo di transizione tra gli spiriti sapienti e gli spiriti militanti. È in questi versi che al poeta fiorentino appare una Croce, spendente della luce dei beati che lì sono raffigurati. La luminosità del Paradiso si scontra con il buio che proviene dalla Terra, dove si consuma il delitto di un uomo giusto che, per la grandezza del suo sacrificio e per gli alti valori che guidarono la sua vita, è proiettato immediatamente in un luogo di luce e beatitudine.
Da vivo il Giudice reggino aveva affermato “[…] il giudice non è mai popolare, soprattutto il Pubblico Ministero, che è quasi sempre impopolare in tutti i processi. Il giudice va incontro a critiche, a volte anche aspre, vivaci, a volte anche ingiuste, ma non può sacrificare il suo ministero, la sua milizia ormai, per una popolarità che non è un suo privilegio, può essere popolare o impopolare ma deve fare anzitutto il proprio dovere. L’importante è avere la coscienza di fare il proprio dovere. È questo secondo me il traguardo unico ed essenziale che il giudice deve proporsi sempre.” (CONTINUA IN BASSO)

E allora anche a lui, come a Dante potrebbe sorgere un dubbio:
“Giù per lo mondo sanza fine amaro,
[…] ho io appreso quel che s’io ridico,
a molti fia sapor di forte agrume;
e s’io al ver son timido amico,
temo di perder viver tra coloro
che questo tempo chiameranno antico”.
Ma la risposta potrebbe essere una sola:
"[…] Coscïenza fusca
o de la propria o de l’altrui vergogna
pur sentirà la tua parola brusca.
Ma nondimen, rimossa ogne menzogna,
tutta tua vision a manifesta;
e lascia pur grattar dov’è la rogna”
“Chè se la tua voce sarà molesta
nel primo gusto, vital nodrimento
lascerà poi quando sarà digesta.
Questo tuo grido farà come vento,
che le più alte cime più percuote;
e ciò non fa d’onor poco argomento.”
Lo stesso discorso, iniziato nella Divina Commedia per il Giudice Scopelliti, avrebbe validità per il Giudice Luigi Daga, che abbiamo rappresentato con il dipinto di Dalì “La scala celestiale”. Abbiamo infatti immaginato che il suo percorso umano e professionale, pur caratterizzato dalla bellezza della luce, deve essere stato altrettanto faticoso e impegnativo. Questa scala rappresenta il simbolo della sua battaglia per la piena affermazione dell’articolo 27 della Costituzione Italiana, che afferma: “La responsabilità penale è personale. L’imputato non è considerato colpevole fino alla condanna definitiva. Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato.”

