IL PUNTO | L'amministrazione al capolinea: il civismo mascherato letale ad Elio Costa
di TONINO FORTUNA
Per qualcuno è tutta colpa del civismo mascherato, per qualche altro la responsabilità appartiene alla classe politica. Fatto sta che per la seconda volta su altrettante esperienze amministrative, il terzo anno di mandato è fatale ad Elio Costa. L'ex procuratore della Repubblica, già silurato nel 2005, dai partiti di centrodestra, nella fattispecie dall'allora leader del Cdu Michele Ranieli e dal senatore di Alleanza Nazionale Francesco Bevilacqua, domani passerà nuovamente, salvo colpi di scena difficili da pronosticare, sotto le forche caudine. A staccargli la spina, in questo caso, è stato un altro senatore, il leader di Forza Italia Giuseppe Mangialavori, principale supporter dell'Amministrazione per quasi tutto il mandato.
Non v'è alcun dubbio che la situazione, da tempo, fosse divenuta, però, insostenibile: da nove mesi l'assise era senza un presidente del Consiglio, da oltre un mese senza una giunta, dopo l'azzeramento tentato da Costa per ritrovare la maggioranza perduta quando l'ex capo dell'assise Stefano Luciano aveva deciso di passare all'opposizione. La motivazione era stata rintracciata, oltre che nell'impasse amministrativo che si protraeva da tempo, nella decisione del primo cittadino di annunciare il proprio appoggio alle elezioni politiche all'allora capolista nella compagine calabrese per palazzo Madama, proprio Giuseppe Mangialavori.
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Da quel momento il capo dell'esecutivo non ha avuto più i numeri. I consigli si sono tenuti a singhiozzo e per approvare pratiche urgenti, mentre interrogazioni ed ordini del giorno crescevano in maniera esponenziale e direttamente proporzionale alle sedute andate deserte. Il sindaco anzichè con un atto di coraggio mandare tutti a casa, ha tentato di dare una svolta aprendo al gruppo di Vincenzo Pasqua, forzista pure lui, da qualche tempo, ma autonomo in Consiglio comunale rispetto a Mangialavori. Quella maggioranza, elaborata sulla carta, però, non si è mai configurata come tale in Aula. E se Costa è arrivato fino quasi al quarto anno di mandato, lo deve alla divisione tra le opposizioni, in contrasto tra loro fino a poco tempo addietro, oltre che alle entrate e alle uscite ad hoc dall'Aula, alle assenze strategiche e alle piroette di tanti eletti gelosi del proprio scranno che gli hanno puntualmente consentito di sbrogliare la matassa. Tanti, troppi "non si preoccupi", tanti, troppi "Ci pensiamo noi", che non avrebbero mai dovuto tranquillizzare un uomo del carisma di Elio Costa.
Opposizioni che, però, nell'ultimo periodo hanno iniziato stranamente a ricompattarsi. E ciascuno dei gruppi di minoranza ha provato a suggellare con un'azione eclatante la fine del percorso. Già lo scorso anno furono i Progressisti ad inserire in una busta chiusa le proprie dimissioni, in attesa che arrivassero quelle degli altri gruppi. Poi ci hanno provato Il Partito democratico e Vibo Unica, tra contrasti e tensioni che non sono mai sfociati in una decisione condivisa.
La mossa decisiva non poteva che arrivare dal senatore Mangialavori. Colui che aveva in mano le maggiori azioni dentro la maggioranza. E così è stato. Due le mosse: la prima, a dicembre, con il ritiro della delegazione della giunta; la seconda l'altra sera, con l'invito al sindaco a farsi da parte. Invito a cui Costa ha replicato in modo violento: "Dia ordini ai suoi dipendenti non a me".
Insomma, una consiliatura iniziata sotto i migliori auspici e conclusa nel peggiore dei modi. Perchè il civismo di maniera, quello mascherato, con i partiti alle proprie spalle, da cui Costa era stato subito messo in guardia, ha costituito un ibrido capace di legare mani e piedi al primo cittadino, costretto ogni volta a fare i conti con i partiti. Basti pensare alle decine di assessori sostituiti su input esterno. Un modello, quello del civismo di maniera, tramontato presto e rispetto al quale il sindaco è apparso più volte succube. I tentativi di individuare una mediazione, infatti, si sono tradotti spesso in strane forme di sottomissione alla politica. Con Costa al comando della nave, nessuno lo avrebbe mai detto, invece, è successo.
E la città? Già, come dimenticare la città....I conti sono lievemente migliorati, ma il dissesto non è stato risolto a sei anni di distanza dalla dichiarazione di default. Il teatro è da completare, la differenziata è partita ma il nodo spazzatura non è mai stato risolto, nonostante i sei assessori all'Ambiente cambiati. Acqua, viabilità, decoro urbano, valorizzazione del centro storico, il porto di Vibo Marina, la valorizzazione delle frazioni, sono ancora oggi problemi in attesa di risposte. Non ci sono stati, purtroppo, cambi di passo. Questa amministrazione non è riuscita ad incidere per come avrebbe voluto. "La colpa - sia chiaro - non è soltanto del sindaco": niente di più vero. Ma è il sindaco il primo responsabile dello stato dell'arte.
