'Ndrangheta, le mani del clan Cordì su lavori e imprese: dieci fermi (NOMI)
Sono dieci le persone fermate questa mattina nell'ambito dell'operazione congiunta di Carabinieri e Guardia di Finanza, su input della Direzione distrettuale antimafia di Reggio Calabria.
Si tratta di Gianfranco Alì, 37 anni di Locri; Cosimo Alì, 62 anni di Locri; Iulian Vasile Albatoaei (alias Giuliano), nato in Romania ma residente a Locri; Guido Brusaferri di Locri, Doemnico Cordì, 40 anni, di Locri; Domenico Cordì 28 anni di Locri; Antonio Cordì, 22 anni di Locri; Salvatore Dieni 48 anni di Locri; Emmanuel Micale, 34 anni di Locri; Gerardo Zucco, 49 anni di Locri.
Tre indagini. L’esecuzione dell’odierna misura costituisce l’epilogo dell’unificazione di tre distinte e convergenti attività d’indagine condotte dalla Sezione Operativa della Compagnia Carabinieri, dalla Stazione Carabinieri e dai militari del Gruppo della Guardia di Finanza di Locri che, coordinati dal Procuratore Aggiunto Giuseppe Lombardo e dai Sostituti Procuratori Giovanni Calamita e Diego Capece Minutolo, ed ha permesso di ricostruire l’attuale operatività di gruppi criminali facenti capo alla storica cosca locrese dei “CORDÌ”, ai cui partecipi vengono contestati, a vario titolo, i reati di associazione mafiosa, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, illecita concorrenza con minaccia o violenza, violazione delle prescrizioni della sorveglianza speciale, detenzione e porto in luogo pubblico di armi, con l’aggravante di aver agito per favorire gli interessi della ‘ndrangheta nella sua articolazione territoriale nota come cosca “Cordì”.
L’associazione mafiosa e le condotte estorsive (Indagine “RISCATTO”). I carabinieri, in particolare, partendo da alcuni iniziali episodi delittuosi di tipo estorsivo, hanno sviluppato un’articolata attività d’indagine su alcuni sodali, collegati per diretti vincoli di sangue o da certificati vincoli associativi. Il variegato contesto delittuoso su cui si è poi operato ha permesso di poter delineare una serie di estorsioni consumate e tentate facendo leva sulla forza intimidatrice che deriva dal blasone ‘ndranghetista del sodalizio d’appartenenza (“Non c’è bisogno che parliamo…c’è bisogno solo che ci vedono…”) al fine di convincere le vittime a “mettersi a posto” e per garantire loro “protezione e sicurezza”.
Estorsione alle imprese. In particolare, le indagini hanno permesso di ricostruire le pretese estorsive rivolte – con il coinvolgimento, a vario titolo, degli indagati Gerardo Zucco, Domenico Cordì cl. ’79 e Bruno Zucco– in danno di un imprenditore edile, affidatario di alcuni lavori banditi dal Comune di Locri (“lavori di realizzazione di un teatro in regione Moschetta”, per un valore di 600.000 euro, “ristrutturazione dell’edificio scolastico Maresca”, per 210.000 euro, subappalto “valorizzazione di Palazzo Nieddu Del Rio”, per 150.000 euro, nonché la manutenzione idraulica dei valloni che attraversano il territorio comunale, per 48.450 euro) e di appalti privati (lavori per la ristrutturazione della “Casa Bennati” di Locri, commissionati dalla Diocesi di Locri-Gerace), con richieste variabili dai 1.500 ai 18.000 euro in relazione al valore del lavoro. In un caso, gli estortori hanno tentato di imporre all’imprenditore anche la cessione in subappalto ad una ditta locrese priva dei requisiti di legge poiché non inserita nella white list prefettizie.
La protezione della cosca. In un altro caso, sono state compiutamente documentate analoghe condotte criminali poste in essere dall’indagato Emmanuel Micale che, facendo leva sul timore indotto dalla sua vicinanza alle note famiglie di ‘ndrangheta dei “CORDÌ” e “ALECCE”, ha ripetutamente tentato di costringere il titolare di una rivendita di tabacchi a “mettersi a posto” consegnando euro 1.500 al mese al fine di garantirsi “protezione e sicurezza per sè e per il proprio locale”, non riuscendo nell’intento a causa delle difficili condizioni economiche dell’imprenditore, già sottoposto ad estorsione da un altro indagato, Salvatore Dieni.
