'Ndrangheta: usura ed estorsione nel Vibonese, in sei a giudizio
L'inchiesta portata a termine nel dicembre 2014 dalla Squadra Mobile di Vibo Valentia con il coordinamento della Dda di Catanzaro
di GIUSEPPE BAGLIVO
Estorsione e usura aggravate dal metodo mafioso ai danni di un imprenditore. Questi i reati per il quali il gup distrettuale, in accoglimento di una richiesta del pm della Dda di Catanzaro, Camillo Falvo, ha rinviato a giudizio 6 imputati che avrebbero agito nel Vibonese e nel Catanzarese.
A giudizio. Il processo dinanzi al Tribunale collegiale di Vibo Valentia è stato disposto dal gup di Catanzaro nei confronti di: Paolo D'Elia, 87 anni, nativo di Seminara ma negli anni '80 trasferitosi a Vibo per sfuggire ad una faida; Guglielmo Ciurleo, 54 anni, idraulico, di Filogaso; Vincenzo Teti, 64 anni, di Filogaso, Franco Teti, 39 anni, fratello di Vincenzo; Francesco Cracolici, 40 anni, di Maierato; Antonio Muscimarro, 67 anni, di Curinga. Tale ultimo imputato, il cui nominativo compare pure fra le parti offese, è stato rinviato a giudizio con l'accusa di favoreggiamento

Le accuse. L'inchiesta è partita nel gennaio 2011 quando un imprenditore edile del Vibonese, N. B., avrebbe ottenuto un prestito di 30.000 euro da Paolo D'Elia, ad un tasso del 10% mensile, con lo stesso D'Elia che in sei tranche da 4.500 euro avrebbe trattenuto 500 euro mensili a titolo di interesse usurario.
Non riuscendo a pagare, l'imprenditore si sarebbe rivolto a Ciurleo per un prestito di 5.000 euro al tasso del 25% mensile. Alla fine, la vittima ha preferito raccontare tutto alla Squadra Mobile di Vibo Valentia. Dalle successive attività di intercettazione è così emerso che D'Elia avrebbe tenuto sotto usura pure un altro imprenditore, questa volta agricolo e residente nel Catanzarese, a cui era stato erogato nel 2006 un prestito di 130.000 euro al 10% mensile con un'auto consegnata a D'Elia per estinguere il debito. L'imprenditore N.B. avrebbe poi subito "pressioni" dai fratelli Teti e da Francesco Cracolici.

Il "profilo di D'Elia". Paolo D'Elia è ritenuto dagli inquirenti una figura storica e carismatica negli ambienti della criminalità organizzata calabrese. Nativo di Seminara, nel Reggino, il suo nominativo compare anche nel decreto di scioglimento per infiltrazioni mafiose, datato 1991, del Consiglio comunale di Seminara. Archiviata la sua posizione nella maxi-inchiesta "Crimine" della Dda di Reggio Calabria risalente al luglio del 2010, negli anni '80 Paolo D'Elia si era trasferito nel Vibonese - prima a Maierato, poi a Vibo-città, dopo essere stato gravemente ferito in un agguato a Seminara.
A Vibo Valentia avrebbe svolto il ruolo di "paciere" - come emerso nell'inchiesta "Nuova Alba" - fra le opposte articolazioni del clan Lo Bianco guidate dagli omonimi cugini Carmelo Lo Bianco, l'uno detto "Piccinni", deceduto in carcere ad 82 anni nel marzo 2014, l'altro chiamato "Sicarro", di 71 anni. Paolo D'Elia viene chiamato in causa anche nell'inchiesta dei carabinieri del Ros di Catanzaro denominata "Purgatorio" per i suoi presunti rapporti con esponenti di primo piano del clan Mancuso di Limbadi.
Gli stessi Mancuso, secondo il Ros, avrebbero tenuto in gran considerazione D'Elia, indicandolo quale esponente autorevole della massoneria deviata. Il Ros nell'inchiesta "Purgatorio" ha inoltre sottolineato che Paolo D'Elia "è stato autore negli anni di alleanze con altre famiglie mafiose come gli Alvaro di Sinopoli, i De Stefano di Reggio Calabria ed i Molè di Gioia Tauro".
Il processo per i 6 imputati è stato fissato dal gup per il 26 settembre prossimo dinanzi al Tribunale di Vibo Valentia in composizione collegiale.
