Il nome che si è voluto dare all’operazione, “Via col vento”, evoca un classico della cinematografia ma - sebbene renda chiaramente l’idea - qui non si parla certo di un film quanto di una cruda realtà: quella delle infiltrazioni mafiose sul territorio, in questo caso in un settore fortemente redditizio, ovvero delle energie rinnovabili, l’eolico in particolare. E' il nome in codice di un'indagine avviata nel 2012 dal Nucleo Investigativo dei Carabinieri di Reggio Calabria, sotto la direzione della locale Direzione distrettuale antimafia.

Le mani della 'ndrangheta sull'eolico. L'affare coinvolgerebbe alcune delle maggiori consorterie della 'ndrangheta, infiltrate nelle opere necessarie alla realizzazione dei parchi eolici in territorio calabrese. Dagli atti della magistratura emergono i nomi di esponenti dei Paviglianiti di San Lorenzo e Bagaladi (RC), dei Mancuso di Limbadi (Vv), dei Trapasso di Cutro (Kr) e degli Anello di Filadelfia (Vv) attraverso una serie di attività illecite, di natura prevalentemente estorsiva, perseguite in ogni fase della realizzazione dei parchi eolici. Si tratta di personaggi di spessore criminale come Rocco Anello e Pantaleone Mancuso, alias Scarpuni entrambi di 59 anni; Antonino Paviglianiti di 53 anni, Giovanni Trapasso, di 70 anni, tutti arrestati.




Il ruolo dei vibonesi. Dagli approfondimenti emergerebbe, in particolare, il ruolo Giuseppe Evalto, imprenditore di Pizzo Calabro nel settore trasporti che viene ritenuto affiliato ai Mancuso. Per gli inquirenti sarebbe stato “contemporaneamente” imprenditore e “collettore degli interessi delle cosche”, rappresentando una figura di “cerniera” in grado di relazionarsi con le due realtà - quella criminale e quella imprenditoriale appunto - e di riuscire ad imporre alle società impegnate nella realizzazione dei parchi l’affidamento dei lavori collegati alle opere a ditte considerate colluse o compiacenti. Si sarebbe così fatta luce su numerosi episodi estorsivi, sia a società multinazionali (come la Gamesa, Vestas, Nordex), costrette a pagare il “pizzo” liquidando alle aziende segnalate da Evalto dei compensi per prestazioni sovrafatturate o mai eseguite. Così si danneggiavano però le imprese appaltatrici, non colluse, che dovevano corrispondere alle cosche una percentuale sull’importo delle opere da eseguire e, talvolta, anche si garantiva l’esecuzione di lavori commissionati alle ditte mafiose, alle quali le imprese appaltanti versavano il corrispettivo economico.

Le aree di influenza. Gli impianti su cui si sono focalizzate le attenzioni degli investigatori sono quelli di Piani di Lopa-Campi di Sant’Antonio, nella provincia di Reggio; il parco di Amaroni, nel Catanzarese; quello di San Biagio e di Cutro, nel Crotonese. Con riferimento al Reggino, da cui sono partite le indagini, gli imprenditori interessati sarebbe stati costretti ad interfacciarsi con Antonino Paviglianiti, ritenuto elemento di spicco dell’omonima cosca che controlla i comuni di San Lorenzo e Bagaladi; mentre i parchi eolici Catanzaresi e Crotonesi ricadevano nella sfera di influenza di altre due famiglie, quella dei Mancuso di Limbadi e Trapasso di Cutro. Infine, per gli insediamenti delle alte serre calabresi, gli “interlocutori” erano gli Anello di Filadelfia. E tra gli indagati figurano anche un imprenditore di Filadelfia, Romeo Ielapi, 46 anni, ritenuto vicino al boss Rocco Anello, e Domenico D'Agostino, 60 anni, di Vibo, titolare di un istituto di vigilanza, "Hipponion Global Security Service", finito sotto sequestro. Quest'ultimo è ai domiciliari con l'accusa di estorsione, rapina e illecita concorrenza con violenza e minaccia in concorso con Antonino Paviglianiti, elemento di spicco dell'omonima famiglia di Bagaladi, e l'imprenditore napitino Giuseppe Evalto.

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