"Tabula Rasa", in Appello chiesti oltre 250 anni per latitanti e fiancheggiatori
Il sostituto procuratore generale della Corte di appello di Catanzaro ha invocato la riforma della sentenza di primo grado per i clan operanti nel territorio di Petilia Policastro
di GABRIELLA PASSARIELLO
Per i ventinove imputati in tutto, giudicati con rito abbreviato, coinvolti nell’operazione Tabula Rasa, messa a segno il 22 maggio 2014, contro i clan operanti sul territorio di Petilia Policastro, nel Crotonese, il sostituto procuratore generale Carlo Alessandro Modestino ha chiesto pene più severe per alcuni di coloro che erano già stati condannati in primo grado e il ribaltamento delle assoluzioni in condanne. Il pg ha chiesto ai giudici della Corte di appello di Catanzaro di riformare in toto la sentenza emessa dal gup di Catanzaro Pietro Scuteri il 19 febbraio 2016. In particolare il sostituto procuratore generale ha invocato pene per oltre 250 anni di carcere: Carmelo Astorino 3 anni di reclusione, Francesco Astorino 10 anni di reclusione, Leonello Astorino 3 anni di carcere, Salvatore Astorino 3 anni, Domenico Bruno 2 anni, Massimo Carvelli 14 anni, Giovanni Castagnino 14 anni, Giuseppe Ceraudo 14 anni, Salvatore Comberiati 14 anni, Diego Garofalo 14 anni, Francesco Garofalo 17 anni e sei mesi, Giuseppe Garofalo 9 anni, Mario Garofalo 8 anni, Domenico Ierardi 3 anni, Tommasino Ierardi 14 anni, Emilio lazzaro 8 anni, Luigi Lechiara 14 anni, Pasquale Manfreda 16 anni, Giuliano Mannolo 10 anni, Mario Mauro 10 anni, Domenico Pace 3 anni e sei mesi, Giuseppe Pace 14 anni, Michael Pace 16 anni, Giudo Scalise 3 anni, Giuseppe Scandale 14 anni, Vincenzo Teti 4 anni, Giuseppe Vona 5 anni. I giudici della Corte di appello hanno rinviato l’udienza al prossimo 29 maggio giorno in cui inizieranno le arringhe difensive.
La sentenza di primo grado. Il gup il 19 febbraio 2016 aveva sentenziato venti condanne a pene variabili dai 18 ai 3 anni di reclusione. La condanna più pesante, di 18 anni e sei mesi era stata inflitta a carico di Giuseppe Pace, per Diego Garafalo 9 anni e 10 mesi, Salvatore Comberiati,(di 48 anni) 6 anni di carcere. E ancora, Francesco Astorino 3 anni e sei mesi, Leonello Astorino, 10 mesi e venti giorni di reclusione, Bruno Domenico 7 mesi e 10 giorni di reclusione, Giovanni Castagnino 7 anni e 4 mesi di carcere, Salvatore Comberiati, (di 57 anni), 8 anni, Francesco Garofalo 13 anni e 4 mesi, Tommasino Ierardi, 6 anni di reclusione, Emilio Lazzaro 2 anni, quattro mesi e tredici giorni di reclusione e contestualmente assolto per 10 capi di imputazione, Luigi Lechiara 6 anni, Pasquale Manfreda, 8 anni Mario Mauro 4 anni e otto mesi, Michael Pace 7 anni, Guido Scalise, 4 anni, Giuseppe Scandale 10 anni, Giuseppe Vona 3 anni e otto mesi, Romano Brizzi, 4 anni e 2 mesi e Domenico Pace 4 anni e 8 mesi. Nove le assoluzioni sentenziate nei confronti di Giuseppe Ceraudo, Giuliano Mannolo, Mario Garofalo, Carmelo Astorino, Salvatore Astorino, Massimo Carvelli, Giuseppe Garofalo Vincenzo Teti, e Domenico Ierardi.
L'inchiesta. La Dda di Catanzaro aveva smascherato una rete di favoreggiatori e di latitanti, facendo luce su una associazione di stampo mafiosa e a delinquere finalizzata allo spaccio di sostanze stupefacenti. Alcuni di loro avrebbero messo in atto un giro di estorsioni ai danni di imprenditori edili, agricoli e turistico alberghieri. Gli imputati, che disponevano, secondo le accuse anche di numerose armi, attraverso minacce, intimidazioni e violenze sarebbero riusciti ad imporre un vero e proprio monopolio nel settore delle costruzioni, anche in ambito privato, oltre che il racket delle castagne e dell'uva, di cui le cosche avrebbero deciso addirittura i prezzi all'ingrosso ed al dettaglio, con guadagni che superavano le centinaia di migliaia di euro.
I difensori. Nel collegio difensivo compaiono, tra gli altri, i nomi di Gregorio Viscomi, Lugi Falcone, Stefano Nimpo, Giuseppe Carvelli, Pietro Pitari, Mario Saporito, Tiziano Saporito, Sergio Rotundo, Andrea Mazza, Giovanni Scordamaglia, Enzo Cavarretta, Roberto Coscia.
