Legge Lazzati, la battaglia dell'ex giudice Romano De Grazia
Il presidente emerito della Corte di Cassazione da anni conduce la sua battaglia per l'approvazione della legge che vieta ai malavitosi di fare campagna elettorale
di VINCENZO VARONE
Una legge per dare il benservito al voto inquinato impendendo ai malavitosi di fare campagna elettorale. Romano De Grazia, presidente emerito della Corte di Cassazione, da anni conduce in ogni angolo d’Italia la sua battaglia con ferma e convinta determinazione affinchè la Legge Lazzati, da lui elaborata oltre venti anni fa e successivamente approvata, ma con alcune incongruenze che ne hanno stravolto l’applicazione, vada, finalmente, in porto nella sua interezza. In questo suo percorso l’ex giudice della Suprema Corte ha dalla sua parte quanti credono nello spirito e nella efficacia di questa normativa e soprattutto tanti giovani che amano la sostanza delle cose e non il vuoto della parole e le parate antimafia dai toni trionfalistici che non portano da nessuna parte. Una scia di appassionati sostenitori che segue da anni le sue battaglie e i suoi discorsi con cui chiede, con il piglio del combattente di razza, che la mafia venga combattuta senza se e senza ma, eliminando il marcio alla radice.
“E' ormai consolidata la consapevolezza – afferma De Grazia - che le organizzazioni di stampo mafioso al fine di perseguire i propri interessi criminali operino per condizionare la competizione e l'esito elettorale sia delle elezioni amministrative, sia delle elezioni regionali, politiche ed europee. L'inquinamento delle elezioni è –continua l’ex presidente della Corte di Cassazione- un attentato costante alla democrazia. E' la negazione della stessa democrazia perché mette in discussione la libera espressione del voto da parte dei cittadini. Mette in discussione la corretta gestione della cosa pubblica nei diversi livelli degli organismi elettivi e istituzionali. La Legge Lazzati mira a vietare ai soggetti sottoposti alla misura della sorveglianza speciale di pubblica sicurezza di raccogliere voti per candidati o liste in occasione delle tornate elettorali, prevedendo sanzioni sia per i mafiosi che violano tale divieto sia per i “candidati” e liste che si servono dei mafiosi per la raccolta dei voti. “E' un principio elementare, semplice da attuare – afferma De Grazia - che rappresenterebbe un efficace strumento di prevenzione che ridurrebbe anche la possibilità di condizionamento delle amministrazioni e degli organi elettivi che vengono definiti dal voto”.
Il giudice De Grazia non ha dubbi: “Il voto di scambio politico-mafioso si consuma nel momento elettorale ed è quella la porta di ingresso delle infiltrazioni criminali nella pubblica amministrazione. Le armi attuali – osserva il magistrato - sono spuntate e il divieto di propaganda elettorale in capo ai sorvegliati speciali amputerebbe il mostro della collusione”. Ma questa legge continua a non trovare la sua applicazione. Troppi i silenzi. Troppe le mezze parole. Troppi da parte della poltica i giri di farfalla intorno al lume. Ma Romano De Grazia non demorde e annuncia nuove e sempre più insistenti battaglie: da Palermo a Torino. Nelle università. Nelle scuole. Nei luoghi della cultura e del sapere. Pronto come sempre ad affilare le “armi” della buona parola.
