Dai domiciliari al carcere. I carabinieri di Milano hanno arrestato Giancarlo Vestiti, 58 anni, ritenuto dagli investigatori uno dei principali referenti del clan Senese in Lombardia e figura centrale nell’inchiesta “Hydra” coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia milanese.

L’uomo è stato trasferito nel carcere di Monza in esecuzione del provvedimento disposto dal Tribunale del Riesame, che ha accolto la richiesta dei pubblici ministeri Alessandra Cerreti e Rosario Ferracane di aggravare la misura cautelare precedentemente concessa per ragioni di salute.

A rendere definitiva la decisione è stata la Corte di Cassazione, che nei giorni scorsi ha rigettato il ricorso presentato dai legali di Vestiti, gli avvocati Gianfranco Bocellari e Mario Marino, contro l’ordinanza del Riesame emessa lo scorso 10 febbraio.

Secondo gli inquirenti, il 58enne avrebbe avuto un ruolo di primo piano nella gestione degli affari riconducibili al clan Senese nell’ambito dell’organizzazione criminale descritta dagli investigatori come una struttura “a tre teste”, frutto dell’alleanza tra esponenti di camorra, ’ndrangheta e Cosa nostra operanti in Lombardia.

Negli ultimi mesi Vestiti si trovava agli arresti domiciliari nell’abitazione della compagna Rosalia “Lia” Brasacchio, ex consigliera comunale di Cologno Monzese, successivamente dimessasi dopo essere finita indagata in un filone parallelo dell’inchiesta legato al traffico di droga.

A dare impulso a quella parte delle indagini sarebbero state le dichiarazioni di Gioacchino Amico, considerato anch’egli figura apicale dell’organizzazione e oggi collaboratore di giustizia.

Nel corso dell’inchiesta, gli investigatori hanno inoltre ipotizzato che Vestiti, già colpito in passato da un infarto e affetto da altre patologie, avrebbe beneficiato di consulenze mediche ritenute compiacenti attraverso contatti messi a disposizione da soggetti vicini all’organizzazione criminale.

Condizioni di salute che in un primo momento erano state giudicate incompatibili con il regime carcerario, ma che successivamente il Tribunale del Riesame ha ritenuto gestibili all’interno delle strutture sanitarie penitenziarie, anche alla luce del presunto ruolo ancora esercitato dal 58enne all’interno dell’organizzazione nonostante la misura dei domiciliari.