'Ndrangheta, processo ai clan vibonesi: 14 condanne in Cassazione (NOMI)
Quattordici condanne confermate e cinque annullamenti con rinvio. E' questo, in sintesi, quanto deciso dalla Cassazione per il procedimento penale nato dall’operazione antimafia denominata “Rimpiazzo” della Dda di Catanzaro e della Squadra Mobile di Vibo che ha colpito il clan dei Piscopisani e dei Mancuso di Limbadi.
Diventa definitiva la sentenza per: Rosario Battaglia (28 anni e 3 mesi di reclusione), Francesco Romano (6 anni), Pierluigi Sorrentino (6 anni e 8 mesi), Domenico d'Angelo (10 anni), Giuseppe Brogna (12 anni), Nazzareno Colace (8 anni), Francesco Felice (13 anni e 8 mesi), Giuseppe d'Angelo (10 anni e 4 mesi), Panteleone Mancuso (8 anni), Nazzareno Galati (13 anni e 8 mesi), Michele Silvano Mazzeo (8 anni e 2 mesi), Nazzareno Pannace (6 anni e 8 mesi), Francesco Popillo (6 anni e 8 mesi) e Simone Prestanicola (3 anni).
Annullamento con rinvio per: Stefano Farfaglia (in appello condannato a 10 anni di reclusione - difesso dall'avvocato Francesco Muzzopappa), Angelo David (10 anni, difeso dagli avvocati alessandro Diddi e Francesco Muzzopappa), Michele Staropoli (per un solo capo d'imputazione, in appello 7 anni e 2 mesi), Benito La Bella(per un solo d'imputazione, condannato in appello a 13 anni e 8 mesi di reclusione - difeso dagli avvocati Francesco Lojacono e Walter Franzé), Giuseppe Salvatore Galati (12 anni in appello - difeso dagli avvocati Giuseppe Gervasi e Valerio Vianello).
Risarcimenti. Tutti i ricorrenti, tranne Angelo David e Stefano Farfaglia, sono stati condannati a risarcire le parti civili, ossia: Regione Calabria, Provincia di Vibo, Comune di Vibo, Associazione Antiracket e antiusura Vibo. Mentre Rosario Battaglia è stato anche condannato a risarcire Publiemme per 4.200 euro.
Le accuse. Le accuse contestate sono associazione mafiosa, usura, estorsione, danneggiamento, illeciti in materia di armi, intestazione fittizia di beni e spaccio di droga commesse da un gruppo che, sempre secondo le risultanze investigative, puntava a scalzare i Mancuso dal capoluogo vibonese e dalle frazioni marine sfruttando il fatto che molti rappresentanti della consorteria di Limbadi fossero detenuti in carcere a seguito delle varie inchieste antimafia degli anni precedenti.
