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Prima dei traffici globali e delle moderne rotte del narcotraffico, la ‘ndrangheta aveva un volto, un nome e un’autorità riconosciuta: quello di Antonio Macrì, detto “Zzi ’Ntoni”, per anni figura dominante negli equilibri criminali della Locride. Un potere costruito sul carisma personale e su un sistema di relazioni che lo rese punto di riferimento per le strategie mafiose del secondo dopoguerra.

Originario di Siderno, Macrì fu considerato uno dei vertici di un triumvirato criminale insieme ai boss Tripodo e Piromalli, in una fase storica in cui l’organizzazione era ancora legata a logiche territoriali e a un codice tradizionale. Il suo dominio, tuttavia, entrò in crisi con l’emergere di nuove leve criminali, più aggressive e orientate ai grandi affari illeciti.

Lo scontro sfociò nella prima guerra di ’ndrangheta, esplosa intorno al 1974, anche in relazione al controllo del narcotraffico. L’omicidio di Macrì, nel gennaio 1975, rappresentò un punto di rottura: con la sua morte si chiuse definitivamente la stagione della cosiddetta “vecchia guardia”.

Da quel momento, la geografia del potere mafioso cambiò rapidamente, aprendo la strada all’ascesa di nuovi clan e a una trasformazione della ‘ndrangheta in senso sempre più strutturato e internazionale, capace di estendere la propria influenza ben oltre i confini calabresi.